giovedì 29 agosto 2019

Un mare di sangue: la verità sulla Russia bolscevica


Una versione editata di: Un Mare di Sangue: la verità sulla Russia bolscevica (A Sea of Blood: the Truth about Bolshevik Russia), un opuscolo di 12.000 parole pubblicato in origine a Monaco (1926) e scritto da un rifugiato politico russo conosciuto come "Dr. Gregor".

1. Introduzione

Nove anni sono già trascorsi dall'inizio di quell'indescrivibile crimine contro l'umanità che fu la Rivoluzione Bolscevica del 1917. Oggi, al suo nono anno, esiste un governo che si dichiara il governo degli operai e dei contadini, ma ai suoi vertici non ci fu mai ne un operaio ne un contadino.
Per nove anni si è fatto uso della tortura in nome della democrazia, come strumento ufficiale dello stato. E nel nome del socialismo milioni di persone per bene sono state assassinate, fatte morire di fame, oppure esiliate dalle loro case e dalle loro terre in lontani angoli del mondo.
Nel nome del proletariato, il popolo russo è stato soggiogato da stranieri di rango, il suo appello è stato messo a tacere e i loro corpi spediti in fosse comuni, con l'acclamazione della Terza Internazionale Ebraica.
Un vecchio detto russo dice: "Non ci sono così tante bugie come prima di una guerra e dopo una partita di caccia". E infatti la Grande Guerra (Prima Guerra Mondiale) non ebbe mai un vero armistizio, in realtà non ebbe mai una fine. E la caccia a più teschi umani, ovviamente di cristiani e ariani, continua sulla base di un sinistro e sistematico progetto. Così la grande menzogna continua a fiorire, in effetti una forma di culto del Padre delle menzogne da parte di quella canea internazionale che si fanno chiamare Bolscevichi.
Mundus vult decipi!  Il mondo vuole essere ingannato!

Crede alle bugie sovietiche, ai racconti di fantasia e partecipa persino a questa commedia malata, inviando delegazioni di persone ben note, di sinistra ovviamente, incapaci di comprendere la lingua russa e a sostegno degli obiettivi della terza Internazionale!
La Terza Internazionale era la terza grande conferenza tenuta dagli ebrei ultra-radicali ed i Marxisti nel 1919 per coordinare le attività comuniste nel mondo.
Ora questi ospiti stranieri vanno nella Russia Sovietica per "studiare" la situazione. Questi tizi non hanno alcuna idea di cosa fosse la Russia prima dei Bolscevichi e cosa sarebbe potuta diventare nel frattempo senza di loro! Inoltre, i nuovi amici dell'Unione Sovietica dimostrano buona conoscenza ed apprezzamento per il nostro caviale e la vodka! Il caviale è buono, la vodka brucia come fuoco quando va giù e nei cervelli annebbiati della buona volontà democraticaci si dimentica dei fiumi di sangue, i frammenti umani sparsi e lo sferragliante rumore di milioni di catene di schiavi.
Così a democrazia internazionalista festeggia il suo rito sacrificale. L'agnello cristiano è sgozzato e Anna e Caiaphas (leaders ebraici nel Sanhedrin che condannarono a morte Gesù), che oggi rappresentano il capitale azionistico internazionale, sono gli ospiti d'onore alla festa.
Nota di Isabella Fanfani:
Marx, Engels, Lenin e Trotsky furono i quattro ebrei che collaborarono alla distruzione della Russia cristiana degli Zar e sostituirla con un Comunismo ateo durante il quale 66 milioni di cristiani russi perirono nei gulag gestiti dalla Cheka.

2. La sistematica distruzione della Russia


I figli dello Zar Romanov  Nicola IIº nel 1906. La Gran Duchessa Olga, nata nel 1895, Tsarevich Alexei,nata nel 1904, Gran Duchessa Tatiana, nata nel 1897, Maria, nata nel 1899, Anastasia, nata nel  1901. Tutti assassinati dai comunisti.
La vecchia Russia non esiste più.
Al suo posto abbiamo un enorme deserto: il 90% della sua intellighenzia annientata, la sua classe media distrutta, la sua classe operaia fatta ridiventare ancora serva, ma questa volta servi in fabbriche statali,operai che al solo uso della parola "sciopero" possono essere messi al muro! In quanto al contadino, questi non è altro che una bestia da soma, un cammello nel Sahara sovietico, che lavora per i suoi sfruttatori ebraici e quasi senza paga.
Per una persona inesperta deve essere completamente incomprensibile come un così potente impero, apparentemente in una notte di rivoluzione, abbia potuto incendiarsi ai suoi quattro angoli ed essere distrutto.
Comunque non è successo tutto in una notte.
Gli avvenimenti del Marzo 1917, il rovesciamento dello Zar da parte della classe media di Kerensky, e del Novembre 1917, il golpe bolscevico contro il governo di Kerensky, furono soltanto il risultato visibile di anni di pazienza e attività sotterranee da parte dell'Internazionale Ebraica: un lavoro che non cominciò nelle menti criminali di Marx, Kautsky e Engels, ma in una precedente alleanza dell'ebraismo con i più alti gradi della Massoneria mondiale.
 Questi eccelsi "idealisti" hanno torturato e ucciso in nome degli operai e dei contadini russi, e secondo le loro proprie statistiche, il seguente numero di vittime nei primi quattro anni della gloriosa rivoluzione russa: 28 vescovi della Chiesa, 1,215 sacerdoti e 6.000 monaci. Perché? Soltanto perché erano vescovi, sacerdoti e monaci e perché credevano in Dio, il quale è solamente una superstizione usa e getta della classe media.
Dopodiché fu la volta di 8.800 dottori cristiani e i loro assistenti. Perché rappresentavano la classe media della medicina non ebraica.
 Poi toccò agli ufficiali: 54.650 dell'esercito e della marina, 10.500 funzionari di polizia (dal grado di tenente in su) e 48.500 poliziotti di grado inferiore. E per quale ragione?
Perché erano ufficiali di polizia e dell'esercito e tutti noi sappiamo che il "militarismo" non è più ammissibile per qualsiasi popolazione bianca nazionalistica e consapevolmente ariana. E' solo ammissibile ai banditi Rossi che si autodefiniscono proletari e che scavano una fossa comune al vero proletariato.
Poi ci sono 260.000 soldati del vecchio esercito fedeli alla bandiera, tutti fucilati. Ma anche questa è una statistica trascurabile.
Ora è il turno della intellighenzia: insegnanti, professori, ingegneri, impresari edili, scrittori e giudici, specialmente giudici, perché essi erano i più pericolosi per uno stato governato da criminali condannati.
A questi dobbiamo aggiungere avvocati, procuratori distrettuali e tutti quei mestieri derivanti da lauree universitarie, per raggiungere il numero di 361.825 assassinati fra i membri delle professioni più quotate.
Non mi soffermerò sulla classe di proprietari terrieri, consistente in un numero di 12.950 persone, anch'essa annientata.
E quando qualcuno mi chiede come l'intellighenzia russa può sopportare il giogo bolscevico, gli rispondo sempre che l'intellighenzia russa o si trova a sei piedi sotto terra oppure è in esilio e che quel poco che è rimasto ha sofferto una tale e sistematica umiliazione da parte del rullo compressore comunista da giocarsi anche l'ultimo battito di autostima e di onore personale.
Arriviamo infine al modesto numero di operai e contadini condannati a morte dallo stato degli operai e dei contadini. Questi ammontano a 192.350 operai e 815.000 contadini.
Tutti questi dati sono statistiche ufficiali pubblicate dalla Cheka (precursore del KGB) e stampati su giornali bolscevichi dell'epoca quando le forze anti-comuniste della Russia Bianca combattevano Trotsky e l'Armata Rossa (1917-1921).
Tutti questi fatti possono essere verificati nei volumi completi informativi o estratti pubblicati nel 1922 dal Ministero degli Affari Interni del Regno di Serbia, l'unico paese in Europa che sta combattendo senza sosta contro la malattia del comunismo.
Persino questo enorme numero di vittime è piccolo se paragonato alle persone mentalmente malate che se ne vanno in giro libere per la Russia Sovietica, 4.800.000 di loro. Ma non c'è da stupirsi. Nemmeno la vecchia Russia aveva abbastanza ospedali e sanatori per loro. Ora tutto il paese è diventato un manicomio.
Le uccisioni continuano ed il sangue continua a scorrere ma solo sangue cristiano e ariano.
Quando, durante la carestia del 1922, 30.000 esseri umani morivano ogni giorno, il leader ebraico Trotsky fece la seguente nota sarcastica: "Tanto meglio, guardiamo al lavoro cartaceo che ci viene risparmiato!"

3. Gli Zar assassinati dagli ebrei

Dopo Nicola Iº, salì al trono il figlio Alessandro IIº, un vero amico del suo popolo. Nel 1861 egli abolì la servitù e diede la terra ai contadini. Questa riforma avvenne grazie all'accordo mir delle comunità rurali, un'istituzione molto più vicina ad un vero e onesto comunismo che non ad un sistema capitalistico e di tassazione come vediamo nella Russia Sovietica di oggi.
Quello stesso Zar, Alessandro IIº, che nel 1864 diede al suo popolo un nuova procedura processuale per il sistema giudiziario, a quel tempo la più equa e moderna in Europa, fu oggetto di sette attentati alla sua vita, finché un ottavo attentato perpetrato da Goldmann, Liebermann e Zuckermann (si può forse sbagliare la loro razza?) portò in porto con successo i desideri di Londra.
(La Gran Bretagna, a quel tempo, era sotto il controllo dei banchieri ebrei della City di Londra)
Alessandro IIº, il grande benefattore della sua nazione, fu fatto saltare con la dinamite il 1º Marzo 1881, il giorno in cui avrebbe conferito al suo paese una nuova forma di governo costituzionale.
Alessandro IIº non c'era più.
Alessandro IIIº divenne Zar. Per quanto riguarda questo monarca, che mantenne la pace europea, noi russi eravamo tutti convinti che quando morì nel 1894, la causa fosse stata una malattia, in questo caso un infezione acuta dei reni.
Come fu grande in seguito il nostro stupore quando apprendemmo, in fuga, in esilio e da fonti ebraiche, che anche questo Zar era caduto vittima delle menti criminali della tribù di Giuda.
L'ebreo Edgar Saltus esulta di questo fatto nel suo libro The Imperial Orgy (L'Orgia Imperiale), pubblicato a New York nel 1920, nel suo delirio da bava alla bocca circa il successo avuto nella caduta del mondo Cristiano-Ariano, egli spiega nel libro come gli Ebrei, lavorando per le potenze dell'Intesa, Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Italia, si sbarazzarono degli Zar uno dopo l'altro.
Egli afferma inoltre che, mentre le chiese russe pregavano per la salute dello Zar, questi veniva maledetto nelle sinagoghe.
Al capezzale dello zar malato fu chiamato il suo medico personale, Zakharin. Un buon nome perfettamente russo, e ora..un Ebreo. Quando arrivò a visitare lo Zar a Livadiya, aveva tutte le medicine pronte nella tasca della sua giacca. Che tipo di medicine è facile da immaginare: un biglietto di sola andata per l'altro mondo.
Dopo che lo Zar aveva trangugiato la medicina in buona fede e si torceva dal dolore nel letto, secondo Saltus, Bakharin si piegò su di lui con un espressione di ghigno diabolico.
Lo Zar chiese soffocatamente: "Chi siete Voi?"

E la risposta di Zakharin: "Sono un Ebreo!"  E con un enorme faccia di bronzo si girò verso l'imperatrice e i ministri dello Zar e disse: "Non preoccupatevi, sua maestà sta solo delirando!"
Poi si curvò nuovamente sul morituro e gli ghignò:"State esalando l'ultimo respiro e noi abbiamo vinto!"
Queste parole provengono direttamente dal libro L'Orgia Imperiale dell'Ebreo Edgar Saltus.

4. L'uccisione di  milioni di cristiani da parte della Cheka

E venne la rivoluzione russa.
Chi erano questi amici della gente comune che nel nome della libertà, uguaglianza e democrazia iniziarono ad annientare la popolazione Cristiano-Ariana?
Tra di loro c'erano senza dubbio dei veri idealisti che credevano veramente di poter usare l'assassinio ed il massacro, la rapina e il furto per creare un mondo più felice ed un nuovo paradiso di uguaglianza.
Il ben noto risultato, comunque, fu un inferno vivente fatto di fame, privazioni, disperazione e un uguaglianza solo in un senso, quello di essere uccisi dalla Cheka (precursore del KGB) controllata dagli ebrei.
La parola "Cheka" non è solo un acronimo in russo che sta per "Commissione Speciale per la Lotta alla Controrivoluzione" ma anche un espressione Yiddish che sta per macellazione animale.Come fu indovinata questa espressione!
Noi cristiani, che veniamo chiamati "goyim" o bestiame, agli occhi degli ebrei non siamo altro che animali. Il Dio Yahweh ci avrebbe dato delle sembianze umane per risparmiare agli ebrei l'incombenza di avere servi che somigliassero agli animali.
Il primo governo provvisorio (dopo l'abdicazione dello Zar Nicola IIº e subito prima della Rivoluzione Bolscevica del 1917) era composto esclusivamente da Massoni di iniziazione di lingua romanza, dalla Francia o dall'Italia e sovvenzionati da denaro inglese. L'aspetto criminale di questo "governo provvisorio" non conobbe limiti perché fece la cosa più deplorevole che un governo possa fare: ignorò le promesse, i fini e gli ideali per i quali ascese al potere e per i quali aveva abbattuto lo Zar, capo dello stato.
I nove mesi di questo "governo" non furono altro che un periodo di gestazione, e la Russia orrendamente gravida partorì all'aborto dell'inferno il 27 Ottobre 1917. Si può senz'altro affermare che il potere giaceva là inerme ed i bolscevichi non hanno fatto altro che raccoglierlo.
Per fornire una sceneggiata alle democrazie amiche all'estero, ci dovevano essere combattimenti di strada in Russia. E così il primo ministro Kerensky, un mezzo ebreo il cui vero nome era Kirbis, che significa "zucca", inviò deliberatamente un battaglione di donne e giovani ufficiali cadetti nelle fauci di una canea vociante ed assassina, dalla quale furono sadicamente annientati. Nel frattempo, Kerensky, vestito in divisa da marinaio, scappò a San Pietroburgo.
Appena prima Kerensky aveva firmato, per ragioni pubblicitarie, un mandato di arresto contro il "traditore Trotsky" (il cui vero nome era Lev Davidovich Bronstein). Ma quando il Generale Polovtsev si presentò con i suoi Cosacchi nell'appartamento di Trotsky per arrestarlo, seduto su una poltrona di pelo con trotsky stava proprio Kerensky, che sorseggiavano un liquore. Prese il mandato di arresto dalle mani dell'attonito generale, stracciandolo in modo teatrale e poi mandò via il generale a fare la rivoluzione, un uomo al quale mancò semplicemente il coraggio di arrestare questa feccia.
In tutti i modi il pubblico russo e quello straniero doveva vedere le scene di guerriglia urbana e bagni di sangue.
Sangue Ariano, naturalmente.

5. Lenin, uno psicopatico sifilitico

I Menscevichi, o "popolo maggioritario", volevano uno stato, sociale, socialista e pacifico e proprietà statali industriali limitate come in Svezia.
I Bolscevichi, o "popolo minoritario" (cioè in maggioranza Ebrei) volevano un regno di terrore e di totale nazionalizzazione sotto Lenin e Trotsky.
I Menscevichi misero solo una condizione: che Lenin si spieghi in merito alle accuse di furto dal Partito.
Quando la conferenza iniziò e Lenin fu sfidato a dare un resoconto, egli si alzò, infilò le mani nelle tasche e proclamò che la sua posizione nel partito era così elevata che non doveva nessuna risposta ad alcuno.
Quando Lenin arrivò in Russia dalla Germania, era già in stato di demenza a causa della sifilide non curata o malamente curata.
Con questo rammollimento del cervello, una specie di gommosità dei tessuti, aveva ora tutte le qualità per rovesciare le sue fantasie criminali nelle orecchie della folla schiumante.
La Russia era già in fiamme mentre la malconcia banda di briganti veniva infiammata dallo slogan di Lenin "riprendetevi ciò che loro ci hanno rubato!".
E così la canea inferocita si gettò su quello che erano i miseri resti della società russa. Sotto  il gioioso gracchiare dell'Ebraismo, la Madre Russia fu sommersa.
La malattia mentale che affliggeva Lenin continuava nel suo corso. Dal suo governo nascevano di continuo idee malsane una dopo l'altra. I più rinomati dottori in Germania arrivarono a bordo di aerei nel tentativo di rimettere in sesto questo decrepito statista truffatore, ma la sua confusione mentale peggiorava costantemente. Si dice che prima della sua morte ebbe alcuni momenti di lucidità mentale durante i quali andava a carponi sul tappeto e pietosamente piagnucolando diceva: "Perdonami, Signore, Perdonami!"
Il "proletariato internazionale" può esserne davvero orgoglioso: il suo leader un ladro, il suo profeta un sifilitico, il suo più grande uomo un assassino di massa.
Invece di guidare il genere umano nella brillante luce sopra le nuvole, ha affondato l'umanità nella fogna e non è una coincidenza che il mausoleo, con la "Tomba di Lenin" assomiglia oggi ad una latrina.


Di Isabella Fanfani scrittrice free-lance, Losanna, Svizzera.

Il fascismo




Alcuni dati sugli anni in cui l’Italia era guidata da Benito Mussolini:
– Mussolini ha tolto la libertà ai cittadini: libertà di voto, di associazione, di sciopero e di opinione
– Mussolini eseguiva regolarmente pene di morte: 42 fucilati nel ventennio su sentenza del Tribunale Speciale
– 27.735 anni complessivi di carcere e confino politico
– 4.596 condannati dai tribunali speciali, di cui 697 minorenni
– 80.000 libici sradicati dal Gebel con le loro famiglie e condannati a morire di stenti nelle zone desertiche della Cirenaica
– 700.000 abissini uccisi nel corso della impresa Etiopica e nelle successive operazioni di polizia
– 350.000 militari e ufficiali italiani caduti o dispersi nella Seconda Guerra mondiale
– di cui 3.000 italiani morti in Spagna
– di cui 140.000 italiani morti in Russia
– di cui 30.000 italiani morti in Grecia
– 110.000 caduti nella Lotta di Liberazione in Italia e all’estero
– migliaia di civili sepolti vivi tra le macerie dei bombardamenti delle città.
– innumerevoli combattenti degli eserciti avversari ed i civili che morirono per le aggressioni fasciste.
– 45.000 deportati politici e razziali nei campi di sterminio, 15.000 dei quali non fecero più ritorno
– 8.500 ebrei italiani di cui 7.800 sono morti
– 40.000 internati militari nei lager tedeschi
– 600.000 prigionieri di guerra italiani che languirono per anni rinchiusi in tutte le parti del mondo.

È imbarazzante vedere tanti italiani inneggiare al duce: l’apologia del fascismo è un grave reato previsto dalla legge 20 giugno 1952, n. 645, anche detta Legge Scelba, che prevede reclusione da 6 mesi a 2 anni e multa da 206 a 516 euro e sanziona:
« chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche ».
Anche se la legge mira a vietare la ricostituzione di un partito, ispirato al disciolto partito fascista e che quindi sia finalizzato al ritorno di una dittatura fascista, è specificato che il reato si configura quando:
« un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista »


Ma l’incapacità di analisi critica, l’analfabetismo funzionale e a volte la becera ignoranza, imbarazza ancor di più quando avviene sulla base di una vera e propria mistificazione dei fatti e della Storia. È opinione comune sui social network che il fascismo fosse un regime caratterizzato da rettitudine morale, ma neanche questo è vero. L’omicidio Matteotti, rivendicato in parlamento da Mussolini, aveva come movente la scoperta delle ricche tangenti pagate dalla società petrolifera Sinclair Oil ai gerarchi fascisti. E il fascismo non ha inventato lo stato sociale, né gli si possono attribuire i meriti che solitamente gli sono ascritti nella cultura popolare. Più precisamente:

1. Mussolini non ha creato le pensioni: la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai“, e all’epoca Mussolini aveva 15 anni.
L’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria solo nel 1919, durante il Governo Orlando, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”. Nel 1933 venne rinominata “Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale“. La pensione sociale venne introdotta solo nel 1969, e Mussolini in quella data era già morto da 24 anni.

2. Mussolini non ha istituito la cassa integrazione: la “Cassa Integrazione Guadagni” è stata creata il 12 agosto 1947 con DLPSC numero 869, ed era una misura finalizzata al sostegno dei lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra erano state colpite e non erano in grado di riprendere normalmente le attività. La cassa integrazione nasce per rimediare ai danni causati dal fascismo e della guerra che hanno causato milioni di disoccupati.

3. Mussolini non ha istituito l’indennità di malattia: nata invece con decreto legislativo del Capo Provvisorio dello Stato nr.435 del 13 maggio 1947, è stata estesa nel 1968 a tutti i lavoratori, anche coloro che dipendevano da imprese private. E per un po’ di storia – che non guasta mai – con Legge 23 dicembre 1978 nr. 833, all’indennità retributiva in caso di malattia veniva aggiunto anche il diritto all’assistenza medica, con la costituzione del “Servizio Sanitario Nazionale“.

4. Mussolini non istituì la tredicesima mensilità per tutti: venne istituita soltanto per i lavoratori dell’industria pesante. E’ dopo la caduta del fascismo che le mensilità aggiuntive divennero appannaggio dei lavoratori, con un “Accordo Interconfederale per l’Industria” del 27 ottobre 1946 e con il D.P.R. 28 luglio 1960 n. 1070.

5. Mussolini non diede il voto alle donne: le donne erano ammesse alle votazioni solo per piccoli referendum locali mentre erano escluse al voto per le elezioni politiche, che tra l’altro Mussolini stesso abolì nel 1925 instaurando la sua dittatura. La prima volta che le donne furono ammesse al voto fu al referendum del 1946.

6. Con Mussolini i treni non erano poi così puntuali: il giornalista George Seldes nel 1936 commentò: “E’ vero: la maggioranza degli espressi su cui salgono i turisti stranieri sono in genere in orario, ma sulle linee minori i ritardi sono frequenti“. L’inglese Elisabeth Wiskemann, sempre nel 1936: “Ho preso molte volte il treno e spesso sono arrivata in ritardo“. Lo storico Denis Mack Smith sostenne che “la puntualità dei treni durante il periodo fascista è uno dei miti accettati del fascismo“. Nella realtà tra le due guerre l’Italia possedeva una rete ferroviaria inadeguata e arretrata (qui articolo originale dall’Indipendent: http://www.independent.co.uk/voices/rear-window-making-italy-work-did-mussolini-really-get-the-trains-running-on-time-1367688.html).

7. Ai tempi del Duce gli italiani non erano ricchi: l’Italia stava preparando l’entrata in guerra e tutte le industrie e l’artigianato che direttamente o indirettamente fornivano l’esercito, lavoravano a pieno regime. Per contro, il 27 maggio 1933 l’iscrizione al partito fascista fu dichiarata requisito fondamentale per il concorso a pubblici uffici, e dal 3 giugno 1938 non si poteva lavorare se non si aveva la tessera.
Ma a seguito delle sanzioni internazionali irrogate all’Italia per aver invaso l’Etiopia, il 18 novembre 1936 venne indetto il “Giorno della fede” in cui gli italiani furono invitati, in teoria, a donare tutto il proprio oro alla Patria ricevendo in cambio anelli in ferro con la scritta “Oro alla Patria – 18 NOV.XIV” che qualche anziano possiede ancora. La verità era che chiunque venisse colto a possedere oro proprio in casa, veniva perseguito come traditore e nemico della patria dalle squadre del Fascio Littorio.
Altro esempio sono le “Misure di Autarchia” per sostenere la guerra in Eritrea: tutti i prodotti di importazione vennero soppressi. La maggior parte del grano utilizzato per la pasta fu sostituito dal riso; il caffè fu sostituito dalla cicoria tostata; il the dal karkadè.
Infine, era disposto il sequestro della produzione agricola ai contadini: furono anni in cui calò l’allevamento dei maiali, animale ingombrante, oneroso da mantenere, visibile e quindi facilmente sequestrato, in favore dell’allevamento del coniglio, più piccolo e più discreto. Una misura talmente impopolare che nel paese di Santa Sofia di Romagna (provincia di Forlì – Cesena), tutta la collina della frazione di Camposonaldo, zona impervia da esplorare, divenne prima che territorio e base dei partigiani luogo di allevamento abusivo dei conigli.

8. Il Duce non amava l’Italia: «Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative» enunciò il Duce il 26 maggio 1940 (fonte: “L’Italia nella seconda guerra mondiale“, Mondadori, 1946: pag. 37).
Nella disastrosa “Campagna di Russia“, solo per compiacere Hitler con una presenza italiana del tutto male equipaggiata, persero la vita ufficialmente 114.520 militari sui 230.000 inviati al fronte, a cui aggiungere i dispersi, ovvero le persone che non risultavano morte in combattimento ma nemmeno rientrate in patria, che fonti “Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia” stimano in circa 60.000 uomini, la maggior parte morti in prigionia.
Esempio lampante sono poi le “Leggi Razziali Antisemite“, introdotte nel 1938 sempre per compiacere l’alleato nazista: ma in Italia gli ebrei, a differenza della Germania, non avevano un’importanza rilevante nel sistema economico né averi di cui la dittatura volesse provvedere all’esproprio. Furono istituiti 259 campi di prigionia: alcuni erano campi di detenzione, altri campi di smistamento in attesa della deportazione in Germania e Polonia (Chełmno, Bełżec, Sobibór, Treblinka, Majdanek e Auschwitz-Birkenau), altri dotati di forno crematorio come la Risiera di San Sabba a Trieste (con il quale si stimano siano state soppresse 3.000 persone).

9. Durante il fascismo la corruzione dilagava: l’azienda americana Sinclair Oil, pur di ottenere il contratto di ricerche petrolifere in esclusiva sul suolo italiano, pagò tangenti a membri del governo e ad Arnaldo Mussolini, per oltre 30 milioni di lire. Giacomo Matteotti fu rapito ed ucciso il 10 giugno 1924 perché denunciò questi traffici di tangenti, assieme a quelli per apertura di nuovi casinò, speculazioni edilizie, di ferrovie, di armi: affari in cui era coinvolto il futuro Duce e suo fratello Arnaldo.
I documenti scoperti e mostrati da storici di assoluto valore come Mauro Canali, Mimmo Franzinelli, Lorenzo Benadusi, Francesco Perfetti, Lorenzo Santoro presso l’Archivio Centrale dello Stato mostrano speculazioni, truffe, arricchimenti improvvisi, carriere strepitose e inspiegabili di gerarchi, generali, della figlia Edda, dell genero Galeazzo Ciano e di Mussolini stesso. Qui il documentario Rai “Fascismo: dossier, ricatti, tradimenti

Squadrismo, violenza politica, repressione tramite il Tribunale Speciale, squadrismo, deportazione, guerra.
Questa l’escalation sul territorio Italiano, di cui qualche aneddoto è riportato più sotto.
Sono dati da non mescolare con quel che è accaduto nei Paesi dell’Est Europa sotto altre ideologie, durante la Seconda Guerra Mondiale oppure anche durante la Prima Repubblica in Italia.
La prossima volta che vi imbattete in una immagine che inneggia alla saggezza del Duce e di come potrebbe essere la salvezza dell’Italia fatevi una ricerca sulla storia del fascismo.

Marco Infussi

Squadrismo e violenza politica

Fra le attività “qualificanti” del fascismo del primo periodo vi è il sistematico ricorso alla violenza contro gli avversari politici e le loro sedi. Torture, olio di ricino, umiliazioni, manganellate.
Un calcolo approssimativo induce a calcolare in circa 500 i morti causati dalle spedizioni punitive fasciste fra il 1919 e il 1922.
Don Giovanni Minzoni fu assassinato in un agguato da due uomini di Balbo nell’agosto del 1923.
Giacomo Matteotti venne rapito e assassinato con metodo squadrista nel giugno 1924, e il gesto sarebbe stato esplicitamente rivendicato da Mussolini in un discorso nel gennaio dell’anno successivo.
Piero Gobetti, minato dall’aggressione subita nel settembre 1924, morì due anni dopo, in esilio.
Giovanni Amendola spirò per le ferite riportate in un’aggressione fascista subita nel luglio 1925.

La repressione: il Tribunale speciale per la difesa dello Stato

Assunto il potere Mussolini si poté giovare dell’apparato di repressione dello Stato.
Con la nascita dell’OVRA (Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo) venne razionalizzata la persecuzione degli antifascisti, con tutti i mezzi: legali e illegali, compreso l’omicidio politico in paese straniero.
Arturo Bocchini, capo della polizia, venne incaricato dallo stesso Duce e dal ministro degli Esteri Galeazzo Ciano di eliminare fisicamente Carlo Rosselli che allora risiedeva a Parigi. Il 9 giugno 1937, a Bagnoles-de-l’Orne, un commando di cagoulards (gli avanguardisti francesi) compì la missione: bloccata l’auto sulla quale viaggiavano i due fratelli Carlo e Nello, questi furno pestati e poi accoltellati a morte.
Lo strumento ufficiale della repressione fascista fu invece il Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
L’attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, il 31 ottobre 1926, offrì l’occasione di una serie di misure repressive.
Tra queste la “Legge per la Difesa dello Stato” n. 2008 del 25 novembre 1926, che stabilì la pena di morte per chi anche solo ipotizzava un attentato alla vita del re o del capo del governo. La normativa istituì il Tribunale Speciale, via via prorogato fino al luglio 1943, quindi ricostituito nel gennaio 1944 nella Rsi.
Nel corso della sua attività, il Tribunale Speciale emise 5619 sentenze e 4596 condanne, tra cui 122 donne e 697 minori. Le condanne a morte furono 42, delle quali 31 furono eseguite mentre furono 27.735 gli anni di carcere.
Antonio Gramsci morì in carcere nel 1938.
Michele Schirru fu fucilato nel 1931 solo per avere espresso “l’intenzione di uccidere il capo del governo”.
Il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini passò sei anni di prigione, venne trasferito a Ponza come confinato politico e il 20 settembre 1940, pur avendo ormai scontato la sua condanna, giudicato comunque «elemento pericolosissimo per l’ordine nazionale» e riassegnato al confino per altri cinque anni da trascorrere a Ventotene, dove incontrò Altiero Spinelli, Umberto Terracini, Pietro Secchia, Ernesto Rossi, Luigi Longo, Mauro Scoccimarro, Camilla Ravera e Riccardo Bauer.

Il confino

Il confino di polizia in zone disagiate della Penisola fu una misura usata con straordinaria larghezza. Il regio decreto 6 novembre 1926 n.1848 stabilì che fosse applicabile a chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine statale o per l’ordine pubblico. A un mese dall’entrata in vigore della legge le persone confinate erano già 600, a alla fine del 1926 oltre 900: tutti in isolette del Mediterraneo o in sperduti villaggi dell’Italia meridionale.
A finire al confino furono importanti nomi della futura classe dirigente: da Pavese a Gramsci, da Parri a Di Vittorio, a Spinelli. Gli inviati al confino furono, complessivamente, oltre 15.000.
Ben 177 antifascisti morirono durante il soggiorno coatto.

Deportazione

La politica antiebraica del regime fascista culminò nelle leggi razziali del 1938.
Alla persecuzione dei diritti subentrò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, anche la persecuzione delle vite. La prima retata attuata risale al 16 ottobre 1943 a Roma: degli oltre 1.250 ebrei arrestati in quell’occasione, più di 1.000 finirono ad Auschwitz, e di essi solo 17 erano ancora vivi al termine del conflitto.
Il Manifesto programmatico di Verona del 14 novembre 1943 sancì che gli ebrei erano stranieri e appartenevano a “nazionalità nemica”. Di lì a poco un ordine di arresto ne stabilì il sequestro dei beni e l’internamento, in attesa della deportazione in Germania. Il regime fascista gettò circa 10.000 ebrei nelle spire della “soluzione finale” hitleriana.
Oltre alla deportazione razziale, fra le responsabilità del regime di Mussolini c’è anche la deportazione degli oppositori politici e di centinaia di migliaia di soldati che, dopo l’8 settembre, preferirono rischiare la vita nei campi di concentramento in Germania piuttosto che aderire alla Rsi.

La guerra

Fuori dai confini i morti contano forse meno? Non sono uomini come noi gli Etiopi uccisi con il gas durante la guerra per l’Impero, o i Libici torturati e impiccati durante le repressioni degli anni Venti e Trenta, o gli Jugoslavi uccisi nei campi di concentramento italiani in Croazia?
Mussolini trascinò in guerra l’Italia il 10 giugno del 1940, per partecipare al banchetto nazista.

I risultati, per l’Italia, furono questi.
Fino al 1943, 194.000 militari e 3.208 civili caduti sui fronti di guerra, oltre a 3.066 militari e 25.000 civili morti sotto i bombardamenti alleati.
Dopo l’armistizio, 17.488 militari e 37.288 civili caduti in attività partigiana in Italia, 9.249 militari morti in attività partigiana all’estero, 1.478 militari e 23.446 civili morti fra deportati in Germania, 41.432 militari morti fra le truppe internate in Germania, 5.927 militari caduti al fianco degli Alleati, 38.939 civili morti sotto i bombardamenti, 13.000 militari e 2.500 civili morti nelle file della Rsi.
A questi vanno aggiunti circa 320.000 militari feriti sui vari fronti per l’intero periodo bellico 1940/1945 e circa 621.000 militari fatti prigionieri dalle forze anglo-americane sui vari fronti durante il periodo 1940/1943.

domenica 19 novembre 2017

Un graffito per testimoniare l’insurrezione lucana del 1860

di Luigi Pistone



Da Potenza e provincia la lunga strada verso l’Unità d’Italia
L’artista lucano Franco Corbisiero, allievo di Antonello Leone e Maria Padula, realizza la prima installazione sulle mura cittadine per segnare un percorso simbolico della storia del capoluogo e promuovere la sua conoscenza e valorizzazione in chiave artistica tra cittadini e turisti.



È un graffito polistrato la prima opera-monumento installata sulle mura di uno dei palazzi del centro storico del capoluogo per raccontare la storia di Potenza. Creato dall’artista lucano Franco Corbisiero attraverso l’utilizzo di una tecnica molto antica, l’opera – dal titolo “Potenza 1860” - campeggerà da stamane lungo il perimetro dell’edificio di via Orazio Petruccelli, percorso quasi obbligato per chi, dalla nota Piazza 18 agosto 1860, si reca nel pieno centro potentino di piazza Prefettura, come a rappresentare un collegamento non solo fisico ma anche ideale tra gli eventi storici che si svolsero in quegli anni nella città.
Dono del Lions Club Potenza Pretoria alla Città, patrocinato da Regione Basilicata, Provincia, Apt, Riba, Unpli e Pro Loco di Potenza, è stato inaugurato il 28 ottobre al termine di una presentazione al Teatro Stabile con la partecipazione di esperti e cultori della storia della Società Dante Alighieri.
L’idea nasce da un bando dei primi mesi dell’anno del Circolo Culturale Lions Pretoria che invitava artisti e associazioni a formulare proposte di animazione del Centro Storico di Potenza. Tra i vincitori si è classificata l’Associazione Culturale di artisti Pietre Volanti, di cui Franco Corbisiero è fondatore e Presidente dal 2012, con un progetto – frutto delle sinergie di idee e creatività dei soci – che suggeriva l’installazione di una serie di graffiti in luoghi-simbolo e angoli suggestivi della parte più antica del capoluogo, con l’intento di raccontare e sugellare eventi, racconti e tradizioni particolarmente significativi della storia di Potenza e di promuovere la conoscenza della città, abbinando all’opera l’uso della moderna tecnologia Qt code per la lettura immediata mediante app delle informazioni e dati storici.
La tecnica artistica proposta è apparsa subito interessante e al tempo stesso insolita. Il graffito polistrato infatti nasce dall’estro creativo del maestro Giuseppe Antonello Leone, di cui Corbisiero è stato discepolo, ed è il risultato di un’alchimia di materiali, malte, cemento e pigmenti naturali, sapientemente composti, impastati e poi graffiati capaci di dare origine ad un graffito pittorico che con il tempo diventa materiale duro, quasi pietrificato. Una tecnica arcaica che Leone ha perfezionato e personalizzato ed è oggi insegnata nella Scuola di Montemurro in onore del suo ideatore.
Il graffito di Corbisiero si ispira ad un’illustrazione del periodo del celebre Bartolomeo Pinelli, incisore, pittore e ceramista italiano che ha documentato importanti città, monumenti, capolavori della letteratura e costumi dei popoli italiani. Totalmente rielaborata e rivisitata da Corbisiero in un’immagine di scontri tra militari e popolo che ha sullo sfondo la chiesa di San Francesco, evoca il ricordo di una serie di eventi avvenuti in Basilicata nell’anno 1860 in cui infuriò l’insurrezione lucana contro i Borboni.
In questo periodo la provincia fu la prima, della parte continentale del Regno delle Due Sicilie, a dichiarare decaduto il re Francesco II di Borbone e a proclamare la sua annessione al Regno d’Italia.
Nel luglio 1860, dopo la battaglia di Milazzo, la Spedizione dei Mille guidata da Garibaldi completò la conquista della Sicilia iniziando a prepararsi per lo sbarco sul continente. Contemporaneamente in Lucania iniziarono i primi moti contadini che rivendicavano l'assegnazione delle terre, spesso concludendosi con fatti di sangue.
In questo contesto in piena evoluzione, Giacinto Albini, insieme a Camillo Boldoni e Nicola Mignogna si riunirono a Corleto Perticara, la sera del 13 agosto, per organizzare l'insurrezione della provincia e proclamare ufficialmente, pochi giorni dopo, l'Unità d'Italia. Furono inviati messi agli altri comitati lucani per diffondere le notizie e l'intenzione di marciare su Potenza.
Da quel momento si coagularono in un’unica colonna i drappelli dei comitati insurrezionali dei paesi vicini: Pietrapertosa, Aliano, Ferrandina, Miglionico, Missanello, Gallicchio, Gorgoglione, Cirigliano, Montemurro, Spinoso.
All'alba del 18 agosto gli uomini riuniti a Corleto, circa 500, partirono verso Potenza, raccogliendo altri uomini nel passaggio per Laurenzana, Accettura ed Anzi, unendosi ad altri contingenti di insorti di Viggiano, Tramutola, Saponara, Calvello, Abriola, Vietri di Potenza, Picerno, Melfi e Sala Consilina. Al comando di Boldoni vi erano infine 800 uomini che, già durante la notte del 17 agosto, giunsero alle porte di Potenza per entrare in città all’alba del giorno 18 e sostennero lo scontro con la Guardia Nazionale borbonica.
Una volta preso il controllo del municipio e dell'intendenza venne formato il governo proto-dittatoriale della provincia di Basilicata. Al Boldoni venne assegnato il comando dell'«esercito patriottico», fu ordinata l’istituzione di giunte insurrezionali in tutti i municipi della Basilicata, vennero organizzati un Comitato di sicurezza pubblica e la nuova Guardia Nazionale. Quest’ultima aveva come incarico principale, oltre a mantenere l'ordine, quello di sedare ogni rivolta armata e qualsiasi tentativo contro-rivoluzionario: «Chiunque sotto qualsiasi pretesto, senza autorizzazione o mandato del Governo Provvisorio, organizzi bande, sieno o no armate, o faccia parte delle medesime, o dia istruzione per organizzarsi, turbando in modo qualunque l’ordine pubblico, sarà punito di morte».
Il graffito di Corbisiero sintetizza in forma artistica questo difficile e sanguinoso momento della storia di Potenza ma si pone anche come prima pietra miliare capace di simboleggiare il grande patrimonio materiale e immateriale legato alla città.
La sfida lanciata dall’Associazione Culturale Pietre Volanti e raccolta al volo dai Lions di Potenza Pretoria potrebbe proseguire segnando con altri graffiti l’iter storico della città attraverso un percorso artistico che si snodi sapientemente attraverso i luoghi più significativi del centro cittadino, Portasalza, Santa Lucia, il vicolo di San Michele, Piazza Mario Pagano, la chiesa di San Francesco, Piazza Duca della Verdura, Porta San Giovanni, Piazza Matteotti, Piazzale Loffredo, Via San Gerardo, Via Manhes e la famosa Torre Guevara, illustrando le sue origini romane, le dominazioni straniere bizantine, normanne e saracene, il suo passaggio a città vescovile sotto il pastore Gerardo da Piacenza, le successive signorie aragonesi, angioine e borboniche.
Il piacere dell’arte, l’interesse per il racconto attraverso i monumenti unito alla cura estetica di una Città troppo spesso trascurata e svilita dalla mancanza di conoscenza della sua ricchezza e antichità può trovare una svolta con lo sviluppo di questo progetto. 
Potenza acquisisce oggi il primo tassello per trasformarsi in un museo a cielo aperto capace di coniugare turismo, arte, cultura e artigianato e nel contempo intessere una stretta trama tra storia, cultura, origini e tradizioni della Città e dell’intera Regione, per un arricchimento duraturo e una risorsa permanente del capoluogo e della Basilicata.
ANARCHISMO E MARXISMO 

IL VALORE DI UN IDEALE E LA MISERIA DI UNA IDEOLOGIA
di Mirko Roberti 

(Giampietro Berti)

L’impossibile suicidio – Estinzione e abolizione dello Stato
La contrapposizione, non terminologica ma sostanziale, tra marxismo e anarchismo su una questione di nodale importanza teorica e pratica
A distanza di cento anni dalla formazione storica dell’ideologia marxista e di quella anarchica, punto specifico ed emblematico che riassume le opposte posizioni teoriche di esse, rimane quello dello Stato. Esso, divenuto oggi, scopertamente, non più solamente “un comitato di affari della disuguaglianza e dello sfruttamento”, stabilitosi ormai come sistema totale tendente alla fusione della sfera economica con quella politica, rimane oggi come ieri, il nemico numero uno di tutti gli sfruttati, e gli oppressi.

Sulla sua natura, come significato e funzione, si sono scontrate nel corso di un secolo, all’interno del movimento socialista e operaio, le posizioni libertarie e quella autoritarie. Apparentemente esse sembrano ricondursi ad un ambito propriamente metodologico, dal momento che l’ipotesi di una società comunista, così come è stata formulata nella sua fase ultima dal marx-leninismo, non sembra discostarsi molto dalla concezione anarchica della società libertaria. Ma, ad un’analisi più attenta e approfondita. apre in realtà uno squarcio tra di esse, tanto che il confronto trascende i limiti del campo metodologico per investire ed implicare quello costitutivo del finalismo rivoluzionario. In questo modo l’intera discussione sullo Stato, attraverso le ripetitive posizioni pratico-teoriche di entrambe le dottrine, si trasforma in una discussione nodale sulla natura propria della teoria marx-leninista e di quella anarchica.
Per non perderci in una serie interminabile di disquisizioni accademiche, assumiamo, come centro sociale di verifica, due termini che riassumono e sintetizzano, anche fisiologicamente, sia la tradizione ortodossa ed eterodossa del marx-leninismo, sia quella anarchica. I termini estinzione ed abolizione dello Stato appartengono, infatti, esclusivamente, rispettivamente al primo e al secondo patrimonio teorico. Essi, inoltre, ci permettono di avanzare alcune ipotesi interpretative, in sede storiografica, sul loro significato operativo rispetto alle esperienze passate. Il significato teorico che emerge da quest’ultima considerazione, introduce una comprensione che passa dal campo teorico a quello pratico, così che l’intera discussione diventa feconda di insegnamenti vivi, mantenendo intatta tutta la pregnanza della sua attualità.

Marx ed Engels
Prendiamo rapidamente in esame le ultime posizioni di Marx ed Engels relative allo Stato. Esse sono la conclusione di una trentennale riflessione teorica su questo tema, anche se alcuni interpreti “libertari” del pensiero marxista, distinguono un Marx “giovane” da un Marx “maturo”, rilevando nella prima fase un accento più spiccatamente libertario. Una prima generale considerazione da fare riguarda l’impianto essenziale dell’analisi marxiana: essa individua nella classe operaia il soggetto specifico della rivoluzione socialista. Scrive Marx “Una rivoluzione sociale radicale è legata a certe condizioni storiche dello sviluppo economico; queste ne costituiscono la premessa. Essa è quindi possibile soltanto laddove, con la produzione capitalistica, il proletariato industriale assume almeno una posizione di rilievo sulla massa del popolo” (1). L’oggetto dell’attenzione teorica marxiana è la società storica capitalistico-borghese nella sua forma matura a quel tempo: l’Inghilterra. Più in generale l’intera struttura della dialettica marx-engelsiana, ruota intorno ai poli borghesia-proletariato, capitale-forza lavoro. Vale a dire a rapporti che rientrano sempre, bene o male, in un contesto storico ben preciso: la rivoluzione socialista, precisa Marx, “è legata a certe condizioni storiche dello sviluppo economico”, la realizzazione della società socialista necessariamente emerge dalla società capitalista” (2).

Ora, da questa prima considerazione generale dell’analisi marx-engelsiana, riguardante la sfera propriamente socio-economica, così come si presenta attraverso le classi determinanti l’esito della lotta, è possibile passare all’attenzione particolare dello Stato. La riflessione marx-engelsiana riposa sulla premessa vista precedentemente: lo Stato, come forma politica specifica del dominio borghese. La realizzazione della società comunista, liberata dal peso parassitario dello Stato, risulta sempre, però, condizionata da certe condizioni storico-economiche. (3)  Scrive ancora Marx “In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”  (4).
Dunque, solo dopo, “in una fase più elevata”, avviene l’estinzione dello Stato. Engels, a questo proposito, ribadisce la condizione essenziale di tale estinzione, scrivendo “Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado di sviluppo della produzione nel quale l’appropriazione dei mezzi di produzione e dei prodotti, e perciò del potere politico, del monopolio della cultura e della direzione da parte di una particolare classe sulla società non solo è divenuta superflua, ma è diventata anche economicamente, politicamente e intellettualmente un ostacolo allo sviluppo” (5). In tale contesto si precisa che “l’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso Lo Stato non viene “abolito”: esso si estingue”  (6).
Occorre, a questo punto, meditare attentamente la precisazione engelsiana. Essa riconferma innanzi tutto la condizione storico-economica postulata da Marx di tale passaggio, poi rimette in evidenza la differenza tra abolizione ed estinzione, infine, ed è questo l’aspetto più interessante, delega allo Stato il compito di estinguersi: esso “viene meno da se stesso”. Questa significativa pagina di Engels si inserisce nel contesto generale della “fase di transizione” alla società comunista. Ribadendo il rifiuto di Marx “sull’abolizione dello Stato e sciocchezze analoghe” (7), Engels illuminava sinteticamente il periodo di transizione concepito da Marx. Quest’ultimo aveva scritto che “Tra la società capitalista e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.” (8).
Dall’insieme di questa pur sommaria documentazione è possibile ricavare alcune considerazioni di carattere generale sul tema dell’estinzione dello Stato. Prima di tutto che l’esistenza dello Stato non ha una propria autonomia, e pertanto trasformato il rapporto di produzione capitalistico in rapporto comunista, lo Stato “viene meno”. Poi la conferma che questo “venir meno” rientra all’interno della “fase di transizione” dalla società capitalistica alla società comunista, e, infine, che questa azione di estinguersi è condotta in prima persona dallo Stato. In altri termini l’azione rivoluzionaria si limita a cambiare le condizioni storico-economiche, poi lo Stato “cadrà da sè”.

Lenin
Nell’esaminare il concetto dell’estinzione dello Stato in Lenin, non vi troviamo una grande differenza rispetto alle tesi marx-engelsiane. Lenin riconferma, punto per punto, sia l’impostazione analitica, sia quella metodologica. Egli sostiene, preliminarmente, con essi, che solo il proletariato (classe operaia) è il soggetto rivoluzionario “Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. Grazie alla sua funzione economica nella grande produzione, solo il proletariato è capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno e anche più dei proletari, ma che sono incapaci di lottare indipendentemente per la loro emancipazione.”  (9).

Questa premessa generale è complementare all’altra tesi dialettica della formazione storica del comunismo. Quest’ultimo appartenendo ad una “fase più elevata” del “periodo di transizione”, non può venire imposto. Questa “fase”, infatti, “superiore del comunismo, non solo nessuno ha mai promesso, ma non ha neppure pensato di “introdurre”, per la sola ragione che è impossibile “introdurla”. (10). Questo perché “il comunismo è generato dal capitalismo, si sviluppa storicamente dal capitalismo!” (11). Lo schema semi-automatico del processo rivoluzionario confluisce e sbocca nella teoria dell’estinzione dello Stato, che viene contrapposta a quella della abolizione propria dell’anarchismo. Lenin ribadisce “la formula secondo cui, per Marx, Lo Stato si “estingue”, in contrapposizione alla dottrina anarchica della “abolizione dello Stato” (12).
Anche la “fase di transizione” dalla società capitalistica alla società comunista è riconfermata, nel pensiero leninista, come complementare alla concezione dell’estinzione, introducendo, inoltre, un’importante distinzione tra “soppressione” dello Stato borghese ed “estinzione” dello Stato proletario. Riconfermando ciò che affermava Engels, Lenin scrive “In realtà, Engels parla qui di soppressione dello Stato della borghesia per opera della rivoluzione proletaria, mentre ciò che egli dice sull’estinzione dello Stato riguarda i resti dello Stato proletario che sussisteranno dopo la rivoluzione socialista. Lo Stato borghese, secondo Engels, non “si estingue”; esso viene “soppresso” dal proletariato nel corso della rivoluzione. Ciò che si estingue dopo questa rivoluzione, è lo Stato proletario o semi-Stato.”  (13).

Bakunin
Rispetto alla teoria dell’abolizione dello Stato, prendiamo ora in esame alcune significative posizioni anarchiche. A differenza di Marx ed Engels, Bakunin non individua solo nella classe operaia il soggetto rivoluzionario, organizzate il proletariato delle città, e ciò facendo, unitelo nella stessa organizzazione preparatoria col popolo delle campagne. E’ qui la salute della rivoluzione italiana, la salute della rivoluzione in tutti gli altri paesi” (14). L’implicazione teorica presente in questa affermazione, riconduce all’analisi bakuniniana delle condizioni storiche favorevoli al processo rivoluzionario. Esse non vengono solo individuate sulla base dello sviluppo del sistema capitalistico, ma più in generale sulla struttura autoritaria presente in ogni sistema socio-economico di sfruttamento e disuguaglianza. Scrive Bakunin: “…egli, (Marx) afferma che i paesi più progrediti e di conseguenza più idonei a compiere la rivoluzione sociale sono quelli in cui la produzione capitalista moderna ha raggiunto il più alto grado di sviluppo. Solo questi paesi sono civili, ed essi soltanto sono chiamati ad iniziare e guidare la rivoluzione… La rivoluzione sociale (invece) è infinitamente più profonda… Non si tratta (solo) dell’emancipazione della classe operaia… ma dell’emancipazione totale ed effettiva di tutto il proletariato; emancipazione riguardante non solo alcuni paesi, ma tutti i paesi civilizzati e no” (15).

Da questa premessa generale, Bakunin scioglie il nodo riguardante la abolizione dello Stato. Quest’ultimo, per Bakunin, risulta, presente in ogni sistema socio-economico di sfruttamento e di disuguaglianza. Il suo principio formale, come struttura autoritaria, presiede alla sua costituzione storica, qualunque sia il grado di sviluppo di essa. E come il processo di “emancipazione” trascende lo sviluppo storico-economico, perché essa non riguarda “solo alcuni paesi, ma tutti i paesi civilizzati e no”, così i tempi dell’abolizione dello Stato non sono storici, ma rivoluzionari, La rivoluzione sociale, infatti, “dovrà distruggere queste istituzioni e queste autorità (quelle dello Stato) né prima né dopo, ma nel medesimo momento” (16).
Il programma dell’immediata abolizione dello Stato, in Bakunin fa tutt’uno con quello della rivoluzione sociale “che punta decisamente all’abolizione di ogni sfruttamento e di ogni oppressione politica, giuridica, amministrativa, governativa e quindi all’abolizione di ogni classe mediante l’uguaglianza economica di tutti i mezzi economici e all’abolizione del loro ultimo sostegno, lo Stato (17). Le conseguenze pratico-teoriche di questa impostazione sboccano nel rifiuto, da parte di Bakunin, del “periodo di transizione” dal capitalismo al comunismo ipotizzato da Marx ed Engels: “Dicono che questo giogo dello Stato, questa dittatura è una misura transitoria necessaria per poter raggiungere l’emancipazione integrata del popolo: l’anarchia o la libertà sono il fine, lo stato o la dittatura sono il mezzo. E così per emancipare le masse popolari si dovrà prima di tutto soggiogare (…) rispondiamo che nessuna dittatura può avere altro fine che quello della propria perpetuazione…”  (18).
Quest’ultima affermazione stabilisce implicitamente che la struttura dello Stato ha una sua propria autonomia, ben lungi da estinguersi qualora siano cambiati solo i rapporti di produzione capitalistici. Questa capacità di ricomporsi dello Stato, anche con livelli storico-economici diversi, è il tema della logica bakuniniana, l’interazione tra sistema politico e sistema economico “La miseria produce la schiavitù politica, lo Stato… (ma)… La schiavitù politica, lo Stato, riproduce a sua volta, e perpetua, la miseria, quale condizione della sua esistenza  (19).

Fabbri e Berneri
Dopo Bakunin, e prima di lui Proudhon, tutto l’anarchismo ha ribadito che l’abolizione dello Stato, è elemento complementare e approdo logico delle sue premesse teoriche. I due autori che prendiamo ora in esame si pongono, come tanti altri, in questa “tradizione” ideologica: abbiamo scelto loro perché essi scrissero su questo tema, anche perché pressati da esperienze rivoluzionarie precise: Fabbri di fronte a quella russa, Berneri militando in quella spagnola. Cominciamo da Fabbri.

L’interazione fra sfera economica e sfera politica, fra Stato e capitalismo, è presente in Fabbri come in Bakunin. Scrive Fabbri “Parlando del fattore statale (…) non intendiamo parlare come di qualche cosa di separato, distinto… col fattore economico. L’uno e l’altro si collegano, s’intrecciano e spesso sono inseparabili anche agli occhi dei più meticolosi ricercatori di distinzioni (20). Più avanti, però, Fabbri individua anche una autonomia dello Stato, secondo il modello classico di analisi dell’anarchismo “lo Stato, cioè l’istituzione (…) ha una sua vitalità propria, e costituisce con i suoi componenti” (21). Questa precisazione sull’autonomia della struttura statale è la conseguenza della distinzione analitica, propria dell’anarchismo, fra sistema autoritario in generale e sua concretizzazione storica particolare, fra potere e forma socio-economica del potere. Fabbri, infatti, precisa che “La lotta contro lo Stato, come contro ogni forma di autorità coattiva e violenta dell’uomo sull’uomo, (…) è la ragion d’essere dell’anarchismo. In quanto gli anarchici sono socialisti, essi hanno anche la funzione di combattere il capitalismo, ça va sans dire; ma la loro funzione specifica, come anarchici, è quella di combattere l’autorità statale, non solo nelle sue manifestazioni inerenti al regime capitalistico, ma anche nella sua propria essenza costituente il Potere” (22)… “Di qui la necessità dell’abolizione dello Stato”  (23).
Berneri in una serie di articoli su Guerra di classe del 1936 mette a fuoco il problema dello Stato, rispetto alle posizioni marx-leniniste e anarchiche. Prima riconferma il punto di vista di quest’ultime sulle autorità dello Stato “Che lo Stato si riduca al potere repressivo sul proletariato e al potere conservatore rispetto alla borghesia, è tesi parziale, sia che si esamini lo Stato anatomicamente, sia che lo si esamini fisiologicamente. Al governo di uomini si associa nello Stato, l’amministrazione delle cose (qui Berneri fa propria una tesi famosa di Malatesta (24): ed è questa seconda attività che gli assicura il permanere. I governi cambiano. Lo Stato resta” (25).
Sempre in polemica con Marx-Engels-Lenin, Berneri dopo un excursus sull'”indipendenza fra lo Stato e il capitalismo (26), passa a criticare la fase di transizione al comunismo“. Riferendosi ad un celebre passo dello Antidühring di Engels, egli nota “In realtà, Engels, sotto l’influenza dello stile dialettico, si esprime infelicemente. Tra l’oggi borghese-statale e il domani socialista-anarchico Engels riconosce una catena di tempi successivi, nei quali stato e proletariato permangono. A gettare della luce nell’oscurità dialettica è l’accenno finale agli anarchici che vogliono che lo Stato sia abolito dall’oggi al domani, ossia che non ammettono il periodo di transizione…” Lo Stato socialista, abolendo le classi si suicida. Marx ed Engels erano dei metafisici ai quali accadeva di frequente di schematizzare i processi storici per amore di sistema. Il proletariato “che si impadronisce dello stato, deferendo ad esso tutta la proprietà dei mezzi di produzione e distruggendo se stesso come proletariato e lo stato in quanto stato è una fantasia metafisica, un’ipotesi politica di astrazioni sociali” (27).
Sintetizzando le tesi di Bakunin, Berneri e Fabbri, possiamo dire che il processo rivoluzionario si concretizza, come dice il secondo, attraverso “l’abolizione dello Stato, mediante la rivoluzione sociale e il costituirsi di un ordine nuovo autonomista-federale” (28), poi con la pratica immediata di tale ordine, infine, con il riconoscimento storico della possibilità rivoluzionaria applicabile a diversi livelli socio-economici dello sviluppo storico.

L’azione rivoluzionaria
Dobbiamo ora vedere quale significato dinamico è risultato inerente rispettivamente alla teoria dell’estinzione e a quella dell’abolizione dello Stato. Questa dimensione implica, infatti, alcune ipotesi interpretative sull’operare storico del marx-leninismo e dell’anarchismo. Risulta innanzi tutto evidente che la scomparsa dello Stato, all’interno dello schema Marx-leninista, è strettamente legata alla concezione dialettica del materialismo storico. La dottrina marx-engelsiana prima, e leninista, poi, sull’estinzione dello Stato, è in armonia con l’intero sistema teorico-ideologico. Il postulato base di questa connessione si misura sul significato dinamico, ma passivo, dell’estinzione dello Stato.

Significato passivo perché, come abbiamo accennato sopra, l’azione di estinguersi viene delegata allo Stato. Quest’ultimo essendo un apparato sovrastrutturale non ha una sua propria autonomia, la sua esistenza è determinata dal rapporto di produzione capitalistico. Il tempo dell’estinzione, precisa il marx-leninismo, è il tempo della “fase di transizione”; non solo, essa si fa realizzazione comunista dopo la “soppressione” dello Stato borghese e l’avvento della “dittatura del proletariato”. I tempi del processo rivoluzionario, della concezione marx-leninista, sono due: il primo è attivo (soppressione dello Stato borghese), il secondo è passivo (estinzione dello Stato proletario o semi-Stato). Ne deriva che l’azione rivoluzionaria propugnata dal marx-leninismo è attiva solo rispetto al capitalismo, perché una volta rovesciati i suoi rapporti, viene meno anche la tensione storico-dialettica.
Questa divisione in due tempi del processo rivoluzionario, l’uno di distruzione attiva, l’altro di costruzione passiva, rappresenta la giustificazione teorico-ideologica, a nostro avviso, della progressiva sostituzione dei fini che ha caratterizzato lo sviluppo storico del marx-leninismo. La teorizzazione del dopo, dilatando la costruzione del comunismo in un tempo non più ipotizzabile, sembrava allora una risposta scientifica di fronte alla pretesa “utopistica” di “introdurre” tale fase indipendentemente dallo sviluppo storico-economico della società. L’individuazione della progressiva sostituzione dei fini, con tendenza non degenerativa, ma logica, del marx-leninismo, apre ora una comprensione scientifica della sua natura storica (29).
Il significato dinamico della teoria anarchica dell’abolizione dello Stato, si iscrive, al contrario, in un contesto attivo dell’azione rivoluzionaria. Lo Stato viene abolito, in via diretta, dal soggetto rivoluzionario agente in prima persona. Nessuna delega allo Stato di sopprimersi da sè. Questa dimensione attiva dell’azione rivoluzionaria è dunque, a differenza del marx-leninismo, presente non solo contro il capitalismo, ma anche nella costruzione per il socialismo. Abbiamo già visto in Bakunin, ma più in generale nella teoria anarchica, che i tempi dell'”emancipazione” non sono storici, ma rivoluzionari. Non vi sono un prima e un dopo nella costruzione del socialismo, ma una dilazione ininterrotta dei mezzi rivoluzionari.

Come l’estinzione dello Stato è in armonia con la concezione generale marx-leninista, così l’abolizione di esso è logicamente complementare alla concezione anarchica generale. Mentre l’oggetto specifico dell’analisi marx-leninista è il capitalismo nella sua fase più matura, cioè una particolare società storico economica, l’oggetto specifico dell’analisi anarchica è la società autoritaria, presente sia nel capitalismo come in qualsiasi altro sistema socio-economico di sfruttamento e di disuguaglianza. La contemporanea presenza, in diversi sistemi socio-economici, di un unico principio informatore autoritario, rappresentato nella sua forma più generale dalla gerarchia statuale, conduce l’anarchismo a considerare lo Stato come un apparato autonomo e non sovrastrutturale. La generalizzazione e universalità della struttura autoritaria, perpetuandosi in differenti società storiche, rimane identica a se stessa rispetto all’azione rivoluzionaria dell’anarchismo. Questo significa che anche quest’ultimo è rimasto identico a se stesso nel corso del suo sviluppo storico: esso infatti non ha progressivamente sostituito i suoi fini. La radicale diversità tra l’ipotesi interpretativa del marx-leninismo e quella dell’anarchismo, in sede storiografica, si riflette ora in sede propriamente teorica. Vedremo in un prossimo articolo quali insegnamenti trarre dall’intreccio di queste due riflessioni.