domenica 12 aprile 2020

#Covid19 in Basilicata. Cifarelli (PD) attacca il governo Bardi: «Presidente e maggioranza: teatrino della politica»

«
«Bardi e la maggioranza di centrodestra che governa la regione sono i principali protagonisti del teatrino della politica lucano. Il Senatore Pepe che decide di “autoisolare” il proprio comune chiedendo a Bardi di “salire a bordo” di una nave regionale che evidentemente fa acqua e che non vede nessun comandante a guidarne il timone; oggi tra il Consigliere Cariello e l’Assessore Leone assistiamo ad un botta e risposta sul tema ospedale da campo a Policoro in cui è meglio non trovarsi in mezzo; nelle settimane scorse il leghista Zullino, primo fra tutti, e regolarmente inascoltato, chiedeva a Bardi di nominare un commissario per l’emergenza. Ed in tutta questa confusione, mentre medici ed infermieri lavorano con intensità mai viste e con un grande spirito di abnegazione, mentre tutti sono a casa a fare lavoro agile (se va bene), o a contare i danni economici che sono già palpabili, qualcuno approfitta di questo momento di distrazione per procedere alla elargizione degli aumenti di stipendio ai più stretti collaboratori del Presidente. Ecco lo spettacolo a cui i lucani stanno assistendo. Ecco ciò che Bardi definisce il “teatrino della politica”. Il Presidente tende a nascondere la testa sotto la sabbia e a derubricare ogni critica, soprattutto quando arrivano dalle minoranze, come strumentali e polemiche. E a nulla valgono i richiami al senso di responsabilità, cui pure ci sentiamo di rispondere in modo positivo, di altri esponenti della maggioranza di governo che, dimentichi dei loro atteggiamenti quando erano all’opposizione, ora hanno scoperto il “senso dello Stato”, ma a senso unico. Lo diciamo fin dall’inizio: Bardi ed i suoi più stretti collaboratori hanno commesso molti e gravi errori nella gestione dell’emergenza. Ma ci sarà il tempo in cui potremo parlarne anche in modo aspro, ma con la giusta serenità d’animo. Questo è il momento dell’unità e della responsabilità. Il nostro senso del dovere ci impone di essere critici e nel contempo propositivi e costruttivi. Le proposte che nei giorni scorsi abbiamo consegnato al Presidente Bardi su come affrontare meglio questa fase di emergenza sanitaria, sociale ed economica, meritano di essere attenzionate e discusse in un contesto unitario. Proponiamo nuovamente a Bardi di istituire una vera e propria “Cabina di regia” della crisi, che superi gli steccati che ancora oggi resistono e che superi le lacune dell’Unità di crisi e della task force che purtroppo i lucani stanno pagando sulla propria pelle».

venerdì 10 aprile 2020

#Covid-19. SOS: test, test, test!



 di Vanessa Vaccaro

Presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, l'Organizzazione mondiale della Sanità con questo slogan definisce la strategia corretta per diminuire la mortalità legata al Covid19.
Da cittadina lucana costretta ad emigrare e da futuro medico sento il dovere di esprimerLe tutto il mio rammarico per la gestione dell'emergenza in questa Terra che non è la Sua, ma che Lei è chiamato a governare.
Nell’ ultima settimana abbiamo perso 14 concittadini, alcuni dei quali privi di comorbidità e che quindi si sarebbero potuti salvare se solo fosse stato fatto loro un tampone in tempi ragionevoli, ai primi sintomi, durante quella che viene definita la fase virale della malattia.
A chi dobbiamo dare la colpa per queste perdite? Ci è stato risposto che mancano i tamponi, le risorse, allora mi chiedo e Le chiedo Presidente come sia possibile che in una Terra come la nostra, ricca di petrolio, sfruttata e violentata, non ci siano i fondi per far fronte ad un campione di persone così piccolo.
Sono terrorizzata dal vuoto etico e morale che dilaga prorompente tra le istituzioni(volutamente in lettera minuscola) ma ancora di più dalla mancanza ad oggi, in piena emergenza, di un disegno emergenziale pragmatico.
Non possiamo essere sordi e ciechi di fronte a 14 morti potenzialmente evitabili che pesano sul cuore della nostra piccola comunità, non ci può essere richiamo al perdono di fronte alla superficialità che causa ritardi diagnostici e costringe all'ingresso in una terapia intensiva da cui non si fa più ritorno.
E domani chiediamoci anche il perchè di questo viaggio di sola andata, non sarà forse perchè il posto ricoperto è stato "conquistato" senza il minimo sforzo e questo autorizza a sentirsi i migliori senza bisogno di confronto?
Non possiamo spostare il problema alla periferia del nostro campo visivo facendoci investire da una fallace positività che in questo momento appartiene solo agli stolti.
Presidente adesso più che mai la nostra Terra ha bisogno di un Leader che lotti con noi e per noi, che gestisca il panico e lo smarrimento con ferma autorità e sentita partecipazione.
E' il momento di dare risposte concrete ai cittadini che l'hanno votata e anche a quelli che non l'hanno fatto, perchè questa battaglia non può e non deve avere colore politico ma deve essere guidata dal buon senso, dal duro lavoro e dalla competenza che richiama Fiducia.
E' il momento di fare scelte coraggiose, a costo di scomodare qualche fedele amico da poltrone che oggi non sono più il simbolo del potere e del prestigio ma sono soprattutto il simbolo della responsabilità civile, istituzionale e morale.
Riprendo le parole del dottor Fauci, immunologo a capo della task force americana anti covid19, non c'è una medicina miracolosa lì fuori, e per quanto la Comunità scientifica tutta si stia interrogando e stia mettendo in campo tutte le risorse intellettuali e farmacologiche ad oggi non abbiamo un'arma certa, ma sappiamo però che la diagnosi precoce e l'uso precoce di terapie quali antibiotici, antivirali, anticorpi monoclonali determina il confine tra la vita e la morte.
Presidente non possiamo perdere più tempo, bisogna fare quanti più tampini possibili,processarli velocemente, fornire mascherine chirurgiche a tutta la popolazione e mascherine ffp3 ed ffp2 a chi combatte in trincea, bisogna effettuare test sierologici per individuare i soggetti immunizzati, bisogna veicolare tutte le risorse economiche nella lotta al covid19 altrimenti rischiamo di ricevere il primato della regione con maggior numero di morti under65 e siamo stanchi noi lucani di concorrere sempre per il primato ad essere i peggiori.

giovedì 9 aprile 2020

COVID-19. I prodromi non riconosciuti di un’emergenza all’insegna del caos

di Gianfranco Massaro (Agos)
Ad oltre un mese dall’intervento in Consiglio Regionale del capo del dicastero della sanità che rassicurava tutti, con fare leggero ed inappropriato, riferendo di un’incidenza dell’80% in termini di contagiosità e che solo il 5% sarebbe caduto nella necessità di essere ospedalizzato rimanendo ad un 2% le probabilità di andare incontro a decesso, abbiamo la percezione che il caos è il protagonista principale di questo momento. Come se a quella data, era il 27 febbraio 2020, non arrivassero notizie da Bergamo, Codogno, e altre zone della Lombardia, a dare indicazione di cosa potesse comportare una possibile situazione di contagio da COVID -19.Perché vi parlo di prodromi di una emergenza annunciata e dell’incapacità di saper valutare le conseguenze? Perché se avessero avuto il buon senso di mettersi nelle mani di un Disaster Manager avrebbero gestito la fase incipiente di questa terribile situazione in maniera diversa. Dunque, per spiegarmi meglio vi riporto un discorso pratico di una simulazione per un caso di studio che potremmo considerare simile, non senza chiedere venia in anticipo per approfittare del tempo di quanti vorranno arrivare fino in fondo. La mattina del 1° maggio del 2000, un medico di base insieme al genero, medico di fresca nomina all’Ufficio di igiene pubblica, decidono di fare un’uscita in barca per condividere una tranquilla giornata di pesca. Ad escursione in corso il medico di base riceveva una telefonata di una paziente che chiedeva lumi per il marito che, dal giorno precedente, accusava forti dolori addominali oltre a continue scariche diarrotiche. Senza esitazione consigliava l’uso di antibiotici per i quali poteva avere anche la prescrizione medica. Il genero si allarma per via del fato che da diversi giorni al suo ufficio erano arrivati verbali di analisi che riportavano valori di gran lunga superiori al limite dei parametri batteriologici (coliformi totali, coliformi fecali e streptococchi fecali), noti indicatori indiretti di patogenicità per l’uomo; e proprio riferito alle acque marine prospicienti la stesa comunità. La preoccupazione porta entrambi ad approfondire i casi e dopo aver consultato il direttore sanitario e verificato altri casi di pazienti affetti da dolori addominali e forte diarrea approdano alla comunicazione dei sospetti al Sindaco del Comune interessato, il quale senza esitazione dava comunicazione al Prefetto, e dichiarava lo stato di allerta convocando i massimi referenti sanitari del territorio. Il primo cittadino, completamente a digiuno in materia di igiene e sanità pubblica e di protezione civile, avvertiva tutto il disagio di chi avrebbe dovuto gestire, probabilmente, una vera emergenza, senza averne la perizia del caso. Per questa ragione decideva di avvalersi di un esperto di gestione delle emergenze, affinché potesse riceverne l’ausilio tecnico – organizzativo per ciò che di là a qualche giorno sarebbe potuto verificarsi.  La scelta cade su una persona di alto profilo professionale capace di gestire grandi eventi e soprattutto di saper gestire le situazioni di emergenza, in pratica un Disaster Manager. Il Disaster Manager, consapevole che avrebbe dovuto affrontare problemi relativi a: funzionari sull’orlo di una crisi di nervi che non sanno a chi rivolgersi per ottenere informazioni utili; ad indagini affannose per individuare coloro che sono preposti a determinati servizi utili alla gestione della calamità in atto; a conflitti di competenza fra pubblici poteri; a volontari capaci e generosi ma che in carenza di organizzazione degli interventi, non sanno a chi prestare assistenza; alla scarsa conoscenza del fenomeno calamitoso in atto; alla difficoltà di reperire le risorse necessarie (posti letto, ambulanze e dispositivi di protezione individuali) ed all’incapacità di gestirli secondo canoni di efficienza ed efficacia. Riunisce intorno ad un tavolo tutti i massimi esperti presenti sul territorio per fare sintesi sulla situazione. Espone il maggior numero di variabili esistenti e sulle interrelazioni che fra queste possano crearsi. …”. Risparmio il seguito perché non aggiungerebbe altro alla mia osservazione. Ora analizzando ciò che è successo nelle ultime sei settimane credo che la simulazione appena riprodotta ci riporta, pari pari, a ciò che si sarebbe potuto fare. Invece ci siamo trovati difronte ad una Task Force che nei primi momenti snocciolava numeri che venivano poi cancellati, smentiti, riprodotti, rettificati. Molti giornalisti lamentavano notizie frammentarie, imprecise e poco chiare. Ma questo è il lato della cronaca burocratica. Il lato della cronaca “nera” invece ci fa contare morti, famiglie infettate, ospedali al collasso, tamponi mai arrivati ed altri arrivati prima, ed altre storture che per rispetto del periodo vengono sottaciute fino ad emergenza conclusa. Non è sfuggito al popolo del WEB l’allarme del blogger Antonio Nicastro, che per venti giorni lamentava sintomi che riportavano a quelli della patologia criminale del COVID-19, mentre altri colleghi del Nicastro annunciavano la loro positività rassicurando che tutti i suoi contatti erano risultati positivi. Un metodo a due binari, Nicastro con i sintomi viene portato in ospedale quando era ormai allo stremo delle forze, l’altro, senza sintomi, viene sottoposto a tampone, con al seguito i suoi familiari ed amici entrati in contatto con lui. La lapalissiana confusione in cui versa la regione che a domanda di qualche persona accorta sul perché non fosse stato nominato un commissario si sente rispondere: il commissario c’è, è il presidente della Regione. Ora, niente contro il Presidente Bardi, ma credo che la visione che avrebbe avuto un preposto con qualifica specifica, nella gestione del disastro, sarebbe stata tutt’altra cosa di ciò che abbiamo visto nelle ultime settimane. Intanto mi sovviene alla mente che si sarebbero potuti mettere attorno ad un tavolo, ed un DS lo avrebbe fatto immediatamente, tutte le associazioni di volontariato, per analizzarne le strutture, gli organigrammi, il capitale di mezzi e i curricula di altre gestioni emergenziali. Non è stato fatto, però è uscita una polemica sullo spirito di autonomia di uno dei maggiori gruppi di volontariato in Basilicata senza invece preoccuparsi di capire quanti uomini ha questo gruppo. Avrebbero scoperto che vi sono docenti universitari provenienti dalla California che hanno insegnato materie appropriate, ingegneri, geologi, astrofici ed anche diplomatici internazionali che hanno capacità di gestire la diplomazia oltre oceano e che hanno avuto ruoli di gestione delle emergenze come la guerra delle Falkland o le vicende delle risorse petrolifere venezuelane. Figure professionali che avrebbero messo volentieri a disposizione della gente lucana la loro capacità accademica e scientifica per la gestione e ciò senza nulla togliere alle altre associazioni che avrebbero comunque svolto il loro ruolo. Perché, credo sia doveroso precisarlo, un volontario non presta l’opera solo per spegnere un incendio d’interfaccia, per portare viveri ai bisognosi, spalare la neve davanti la casa della vecchina o montare tende per ospitare famiglie sfollate; un volontario potrebbe collaborare nell’analisi di dati geologici, supportare decisioni di tipo geotecnico, collaborare alla valutazione di dati matematici e statistici o metereologici ma anche collaborare alla decisione di strategie in virtù dell’esperienza acquisita su scenari internazionali e, perché no, modellare la diplomazia per l’abbisogna. Invece è prevalso il senso di conflitto, tipico della burocrazia, che in altre situazione mortifica gli obiettivi ritardando la costruzione di un ponte, la sistemazione di una strada, la messa in sicurezza di un torrente. Qui si trattava di mettere su una macchina che avrebbe dovuto gestire l’eventuale arrivo di infetti dal Nord, che poi di fatto sono arrivati, e limitare i contagi ed a seguire gestire i contagiati per evitare che la gente morisse. Ma oltre a questo, e spero sia stato fatto, bisognava mettere su una strategia di rientro alla normalità una volta conclamata la chiusura definitiva dell’emergenza, e nel contempo gestire la filiera degli extracomunitari che vengono a rubare il lavoro ai nostri compaesani, per consentire al mondo agricolo di portare sui mercati ortaggi ed altri prodotti agricoli. Niente di tutto ciò. Però credo che tutto sia rimandato, perché a bocce ferme, ad emergenza chiusa, faremo i conti con tanti deceduti e la cosa che dovrebbe far preoccupare chi ha valutato con leggerezza l’incipit di questa emergenza, sottovalutando, ignorando o non capendo i prodromi, è che dovrà affrontare non solo i familiari ma anche, come nel caso di personaggi conosciuti come Astronik Nicastro o Palmiro Corona di Potenza, una folla di gente che reclamerà giustizia; cosa che se non fosse inquadrata in un contesto tragico andrebbe chiamata Class Action.

lunedì 6 aprile 2020

1799: una rivoluzione di pochi e l'ossimoro di Cuoco


di Luigi Pistone

Mille e duecento martiri in nome di un progetto che naufragò miseramente per incapacità dei rivoluzionari di sensibilizzare le classi più umili, coloro che nonostante la miseria e i soprusi subiti continuavano a inneggiare il ritorno del re Borbone.
Sono passati 221 anni ed è necessaria una riflessione per analizzare un momento storico molto particolare per le vicende del Sud Italia e dell'intera Europa: "la rivoluzione napoletana del 1799", con i suoi martiri e i suoi progetti costituzionali. Senza voler entrare nel merito delle vicende che tutti più o meno hanno studiato per sommi capi sui manuali di storia, una riflessione su un aspetto della "rivoluzione" nell'epoca della comunicazione è doverosa. Se è vero che i patrioti napoletani, tra cui tantissimi lucani, ebbero il merito di rafforzare ulteriormente quei concetti che furono alla base dei moti risorgimentali, è altrettanto lapalissiano che l'esperimento partenopeo ebbe brevissima durata, tanto non consentire ai costituzionalisti, tra cui il corregionale Mario Pagano, di poter far approvare la piattaforma legislativa su cui edificare la repubblica.
Pur ammettendo alcune straordinarie peculiarità del movimento, sarebbe meglio scrivere, però, di rivoluzione e lotte per l'ascesa al potere di un gruppo di giacobini locali graditi agli invasori e protetti dai loro archibugi. In effetti per poter spazzare l'esercito borbonico di Ferdinando e Carolina, che per quanto in "male arnese" e poco organizzato era pur sempre temibile, dovevano giungere in Italia le armate del giovane generale napoleonico Jean-Etienne Championnet che alla testa delle sue truppe permise ai "patrioti" napoletani di proclamare la repubblica, d'insediarsi al governo, indire pubblici festeggiamenti, sprofondarsi nello studio di alcune leggi e riforme e procedere all'imposizione di un balzello, concepito per «tassare le opinioni», naturalmente quelle degli avversari.
Era un ristretto circolo di intellettuali, come scrisse Benedetto Croce, il fior fiore della cultura napoletana, quasi tutti borghesi benestanti, agiati professionisti, colti e virtuosi studiosi di fama anche europea. Del "gruppo" facevano parte anche aristocratici famosi per i loro patrimoni e il loro disprezzo per i Borbone e gentildonne desiderose dispiegare al popolo, affezionato alla regina, che era giunta l'ora di «mozzarle la testa», così come era avvenuto a Parigi con altri regnanti. La storia ci ricorda come andò a finire; dopo aver proclamato la repubblica, il 22 gennaio 1799 e iniziato a sostituire la legislatura borbonica, facendo decadere la feudalità, i fautori della repubblica partenopea dovettero lasciare il campo ai Borbone che l'8 luglio dello stesso anno fecero rientro a Napoli. Ferdinando quarto, rimesso sul trono dal cardinale Ruffo e dai cannoni delle navi inglesi, per prima cosa si rimangiò le condizioni della capitolazione, mettendo a morte, sotto precisi ordini dell'ammiraglio Nelson, 1200 patrioti. Al di là dell'atroce atto, l'ennesimo a carico di dinastie scellerate e cialtrone, che portò alla morte menti fervide che tanto avrebbero potuto dare alla civiltà, resta il dubbio: ci fu davvero la rivoluzione?. Risponde lo stesso Vincenzo Cuoco, il quale nel suo "Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli", nonostante la comune passione con i patrioti partenopei, prende le distanze da tale concetto. Lo storico, infatti, dopo essersi dilungato in speciose spiegazioni sulla differenza tra "rivoluzioni attive" e "rivoluzioni passive" finisce per catalogare quella di Napoli nel secondo caso, inventando un ossimoro. Che cosa mancò per rendere la causa conosciuta e accettata da tutti, soprattutto da quelle classi che nell'uno o nell'altro caso avevano poco da guadagnare in termini di qualità della vita? La comunicazione e la capacità di essere davvero protagonisti della storia che si stava compiendo. Non riuscirono a farsi comprendere dal popolo e pur profondendo generosi intenti, i "rivoluzionari" non riuscirono a governare. Annunciavano la rivoluzione su fogli, libelli e discorsi ai quali, però, non seguiva inevitabile l'azione. Come potevano mai scendere nelle piazze abitate dalla plebe e da quegli stessi lazzaroni che, abbandonati dal re Borbone, insorse al grido di «viva la Santa Fede, viva san Gennaro, morte ai giacobini»? Gli stessi la cui difesa di Napoli fu considerata "eroica" da Chanpionnet. I rivoluzionari della repubblica poterono vantare la sola occupazione di Castel Sant'Elmo e solo con i francesi ormai alle porte della città. Per vincere la partita gli italiani avrebbero dovuto aspettare l'esercito piemontese. E in quest'ultimo caso si apre un'altra brutta pagina di storia per le popolazioni del Mezzogiorno che merita un'analisi a parte.

Guidone fu uno dei pionieri della chirurgia cardiovascolare

di Luigi Pistone

Operò la prima sutura del cuore. A Napoli e a Loreto tante le testimonianze di ricoconoscimento. Morì a Napoli il 30 gennaio 1934. La salma fu vegliata dai suoi pazienti sottoposti a intervento nel 1908 
Nel policlinico di Napoli c’è una statua a memoria del contributo alle scoperte scientifiche apportate nel campo medico da un lucano. La città partenopea gli ha dedicato anche una strada, che da corso Buozzi conduce a via delle Repubbliche marinare. Prospero Guidone, nato in un paesino nella valle del Sauro, Guardia Perticara, fu uno dei pionieri di quell’importante branca della medicina che è la chirurgia cardiovascolare. Deve la sua fama soprattutto a una pratica chirurgica al cuore che adoperò con successo la sera del 19 luglio del 1908 all’ospedale di Loreto, dove ricopriva l’incarico di primario. Quella sera riuscì a salvare il diciassettenne Ferdinando Celardo, colpito con un pugnale «allo scrobicolo (epigastrio), un tantino in fuori della linea mediana a destra, lunga un centimetro e mezzo, con profondissima emorragia prevalentemente venosa». Lo stato clinico del giovane era drammatico: i colleghi di Guidone erano rassegnati ad affidarlo alle pietose cure del reverendo e rettore dell’ospedale, Aniello. Solo grazie all’intuizione del medico in sede operatoria e ventotto giorni di degenza, con alle prese con alcune complicanze post intervento, Celardo riuscì a salvarsi e il 27 settembre fu dimesso completamente guarito. «Man mano è tornato alle ordinarie occupazioni, anzi non ha smesso mai di lavorare, come prima del ferimento, in una vetreria, dove attualmente è occupato». E’ quanto si legge nella comunicazione del professor Guidone alla Società italiana di chirurgia, dove illustra nei dettagli la prima sutura del cuore sull’uomo. Nel 1921, durante un congresso sulla chirurgia cardiaca, presentò un suturato al cuore da tredici anni, a dimostrazione della validità della pratica. Oltre a essere stato un professionista dalle idee solide, Guidone si distinse per il contributo all’innovazione della tecnica chirurgica, progettando strumenti necessari al suo lavoro. Fece costruire a Sarmientos, prima del 1900, una pinza per trazioni su organi parenchimali, che prende il nome dal suo inventore. Sua anche un’altra speciale pinza per «attrarre il cuore», raffigurata a pagina diciannove del suo primo libro intitolato “Contributo clinico alle ferite penetranti del cuore”. Oltre al suo nome vi è anche quello di Kocher. Nel numero quattro della rivista Nuova medicina italica, dell’aprile 1937, nel riportare dettagliatamente l’intervento, si legge: «La comunicazione del professor Guidone fa onore alla Scuola medica napoletana, imperocchè riguarda la prima sutura del cuore eseguita sull’uomo nel mondo intero. Tale evento fu preceduto solo dalla sutura sul cuore del cane attuata dal nostro, ugualmente compianto, professore Del Vecchio». Prima di lui risultati apprezzabili erano stati raggiunti da Rehm di Francoforte nel 1896, Farina, Cappelen, Parrozzani, Parlavecchio, Ramoni, Ninni e Giordano. Nella sua lunga carriera ospedaliera si devono a Guidone atti operativi audaci e originali, tutti riusciti a perfezione (scrivono le stampe dell’epoca). La famosa sutura del cuore, scrive il cronista dell’epoca, Luigi Guglielmucci, fu per prima operata da lui con tecnica perfetta e tutta nuova che gli conquistò meritata fama in Italia e all’estero. Su tale operazione, continua Guglielmucci, scrisse argomenti convincenti in una memoria a stampa che è rimasta una geniale primizia. Volle leggerla, e a ragion veduta visti risultati, in seno alla Reale accademia medica chirurgica di Napoli riscuotendo sommo plauso dagli illustri accademici. Nel corso della sua relazione all’assemblea, il professor D’Antona sottolineò: «Le comunicazioni del professor Guidone  hanno certamente una importanza eccezionale dal punto di vista operativo. È di vero, il fatto che l’avere ottenuti tre risultati favorevoli tra quattro feriti di quella specie, è certamente lusinghiero. La memoria, che raccoglie le sue relazioni, è di un interesse pratico di prim’ordine e ogni chirurtgo la leggerà per ammaestramento e confronto».


 Il giovane sul quale Guidone operò la prima sutura del cuore
 
Una vita poliedrica al servizio degli altri
Giornalista, scrittore ma soprattutto medico
Prospero Guidone nacque a Guardia Perticara, il 3 aprile del 1863 da Vincenzo e Caterina Nigri.
La famiglia Guidone era in rapporto di parentela con gli insigni avvocati Di Pietro, da Corleto Perticara, da cui maturarono i fortunosi eventi del 1860. Dallo zio materno Antonio, eminente letterato, e da quello paterno, il sacerdote Francesco, ricevette i primi rudimenti del sapere. Influì sulla sua formazione culturale e spirituale l’ambiente patriottico della famiglia.
Nel convitto nazionale  Salvatore Rosa di Potenza compì gli studi classici, dove conseguì la licenza liceale d’onore. Trasferitosi a Napoli si laureò in medicina e chirurgia e lì volle restare per affermarsi come professionista. Senza aiuto di alcuno e forte della sua cultura e del suo ingegno, pari alla sua forte tenacia, lottò contro ogni avversità e riuscì a farsi strada con duri sacrifici. Nella metropoli del Mezzogiorno ben presto la sua figura di studioso si affermò in un primo concorso all’ospedale dei Pellegrini, dove superò tutti con una tesi sulla lussazione del piede.
La tesi, come riporta Guglielmucci, destò l’ammirazione dei componenti della commissione d’esame e del presidente, professor Gallozzi, che ebbe parole di lode e congratulazioni per il giovane Guidone, del quale intuì la genialità e ne auspicò una brillante carriera.
Nel 1895, con una tesi sulla frattura del collo del femore, fu nominato chirurtgo degli ospedali del reale Albergo dei poveri. La chirurgia fu il suo preferito campo e a essa si dedicò totalmente, ingolfandosi in una grande attività ospedaliera. Guidone raggiunse vette elevate nel campo ancora inesplorato della cardiologia grazie alla prima sutura del cuore sull’uomo nel mondo intero, un intervento che gli valse molti attestati di lode dai più grandi clinici italiani e stranieri. Dell’attività di Guidone restano quaranta pubblicazioni di carattere scientifico-letterarie.
Oltre a ottenere la libera docenza, divenne membro della Reale accademia medico-chirurgica di Napoli e socio di altre società scientifiche.
Nel 1912 assunse il posto di direttore di chirurgia all’ospedale di Loreto e nel contempo direttore di vari nosocomi partenopei. Prospero Guidone, figura poliedrica di uomo politico, giornalista e scrittore fu soprattutto uno scienziato grazie alle sue geniali pubblicazioni per l’apporto prezioso sulle ferite addominali e per le originali vedute in campo medico come quelle sulla tubercolosi.
Succeduto nel parlamento italiano a Pietro Lacava nel 1912, Guidone divenne sostenitore del problema del Mezzogiorno e devoto al Gabinetto Giolitti.
Scrive Guglielmucci: «Liberale in politica religiosa, secondo l’idea del Cavour, fu sostenitore di una forte politica militare, prevedendo la prima guerra mondiale e nella quale fu interventista e durante il suo svolgimento fu volontario con il grado di tenente colonnello medico e occupò importantissime cariche militari».
Prospero Guidone si spense il 30 gennaio 1934 a Napoli e la sua salma fu vegliata dai pazienti operati di sutura del cuore nel lontano 1908.
Nel 1940 venne apposto nell’ospedale di Loreto una lapide a ricordo del grande chirurgo che per primo praticò la difficile operazione.









Covid19. Il governo regionale lucano "naviga" a vista

di Luigi Pistone

In questi giorni di emergenza mi sono posto una domanda: come mai allo "Spallanzani" si muore di meno, mentre al "San Carlo" si entra da vivi e si esce in una cassa? Non voglio addossare colpe al personale del nosocomio potentino che sicuramente lavora con grande dedizione e massima professionalità, ma la domanda è legittima e non penso che sia solo mia.
Che qualcosa non funzioni nel sistema è sicuro! In ogni caso se ci sono responsabilità o inadempienze auspico che intervenga al più presto la magistratura e non le annunciate inchieste regionali (ma mi facciano il piacere, avrebbe detto il principe della risata). La morte di Antonio è un esempio di malasanità, non dobbiamo nascondercelo. E il direttore generale Barresi, ha dimostrato di non avere le capacità di dirigere un importante ospedale che in passato era un centro di eccellenza. In secondo luogo Il presidente della Regione, Bardi, non ha le competenze per fare il commissario per fronteggiare tale emergenza, come del resto non le ha nemmeno l'assessore Leone (a tal proposito consiglio di ascoltare il suo intervento in aula, datato 27 febbraio 2020, quando considera il virus alla stregua di una normale influenza. E dire che a parlare è un medico. Nell'occasione addirittura se la prende con i medici di famiglia che, a suo dire, gettano nel cestino le brochure inviate, e non fanno il proprio dovere). Assessore ma lei ci fa o ci è? Lei s'informi come fanno i medici di famiglia a fronteggiare mille patologie, leggendo approfondimenti scientifici su riviste specializzate, prima di lanciare accuse. Lei lo fa o il suo è semplice "flatus vocis"? A mio modesto avviso siete inadeguati a gestire l'emergenza per questo occorre un commissario straordinario con comprovate esperienze sanitarie e manageriali e che abbia pieni poteri altrimenti è il caso che facciate le valigie e torniate nelle vostre case a fare una comoda e tranquilla vita familiare o professionale, ma di certo non al San Carlo, per quanto riguarda Barresi, e Leone alla Regione. Per l'ex generale Bardi non ci sono problemi. è pensionato quindi si goda il frutto dei suoi sacrifici fatti nella GdF.
Seconda questione di non poco conto: i famosi "tamponi" da far effettuare alla popolazione lucana. E dire che siamo forse poco più di 560mila abitanti, insomma alla stregua di un quartiere di Napoli. Il costo se è davvero esorbitante allora occorre una riflessione alla quale qualcuno ha già dato una risposta.
Dopo la crisi per il coronavirus, e traendo una lezione da quanto successo, bisognerà cominciare a pensare se sia il caso di far tornare in capo allo Stato centrale competenze come la sanità. A sostenerlo è il vicesegretario del Pd Andrea Orlando. «Un discorso di sistema da fare con calma dopo», riflette Orlando rimarcando l'importanza del sistema sanitario nazionale. Perché, osserva, «a seconda della qualità del sistema regionale che trovi, rischi di avere una speranza di vita differenziata». Io sono convinto, invece, visto le incapacità dell'attuale governo regionale lucano e non è il solo, che la questione vada risolta adesso e non dopo. Va rivisto tutto. Lo Stato deve "scendere in campo" ora e in maniera tempestiva e assicurare a tutti il diritto alla salute, come sancito dalla Costituzione, altrimenti è necessario che anche il governo centrale faccia le valigie e se ne vada a casa.

giovedì 2 aprile 2020

Scriveva Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere

La «Miseria» del Mezzogiorno era «inspiegabile» storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l'unità non era avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una «piovra» che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era un rapporto diretto con l'impoverimento dell'economia e dell'agricoltura meridionale. Il popolano dell'Alta Italia pensava invece che, se il Mezzogiorno non progrediva dopo essere stato liberato dalle pastoie che allo sviluppo moderno opponeva il regime borbonico, ciò significava che le cause della miseria non erano esterne, da ricercarsi nelle condizioni economico-politiche obiettive, ma interne, innate nella popolazione meridionale, tanto più che era radicata la persuasione della grande ricchezza naturale del terreno: non rimaneva che una spiegazione, l'incapacità organica degli uomini, la loro barbarie, la loro inferiorità biologica.
Gramsci, compiendo in questo passo un errore metodologico grave per chiunque abbia forgiato i suoi strumenti alla fonte dell'analisi marxista, trasferisce su un terreno moralistico la spiegazione di un fenomeno che bisogna invece riuscire a spiegarsi in termini di produzione e rapporti di classe.
(…) dalla formazione del mercato nazionale è disceso un doppio ordine di effetti: lo sviluppo capitalistico di una parte del paese, il sottosviluppo e la colonizzazione della parte rimanente. (…) la contrapposizione tra sviluppo e sottosviluppo non si coagula solo in termini quantitativi – benessere nelle aree sviluppate, miseria in quelle sottosviluppate – bensì e principalmente in termini qualitativi, in strutture economiche diverse, e precisamente nell'elevata utilizzazione delle risorse nel primo caso, nella sottoremunerazione e nello spreco delle risorse nell'altro. Tuttavia la matrice dello sviluppo e del sottosviluppo è unica, ed è il modo capitalistico di produzione.
(…) il capitalismo si è organizzato in modo da essere non solo il monopolista della produzione industriale ma anche l'acquirente in regime di monopolio delle produzioni primarie.
(…)
I paesi sottosviluppati sono costretti a produrre sempre di più e a vendere sempre più a buon mercato. Insieme ad altri fenomeni come l'esplosione demografica, i rapporti ineguali di scambio impediscono ai paesi sottosviluppati di dar luogo a qualunque forma di accumulazione, e producono l'effetto di bloccarne lo sviluppo.
In tali paesi si è di conseguenza formato un proletariato asservito al capitalismo, che non ha però di fronte a sé il capitalista. E mentre il proletario dei paesi industrializzati si può organizzare in sindacati, riuscendo a strappare al capitalista concessioni, il proletario dei paesi sottosviluppati può solo imprecare contro la propria cattiva sorte (…).
Fatta questa premessa ci è più facile cogliere la debolezza dell'analisi gramsciana. Certo è senz'altro esatto che il Nord era (ed è) una piovra nei confronti del Sud, anzi è questo che mi sono sforzato di dimostrare. Ma la frattura tra proletariato settentrionale e meridionale non dipende da un non capire o da un non aver capito. Non solo il proletariato settentrionale, ma anche i partiti ufficiali ed extraufficiali della sinistra italiana, a più di trenta anni dalla morte di Gramsci hanno capito. Solo che essi non possono, e giustamente, servire due altari. Cioè in parole povere gli interessi del proletariato settentrionale, nella prassi attuale, come in quella di ieri, e l'abbiamo visto, sono inconciliabili con quelli del proletariato meridionale. (…) anche quando le vittorie politiche e sindacali si traducono in leggi generali, il proletariato meridionale non ne beneficia, perché tali leggi contemplano situazioni estranee all'assetto meridionale. In sostanza, il proletariato settentrionale convive con il capitalismo anche fisicamente, e in un certo modo partecipa ai frutti della spoliazione che il capitalismo italiano fa (ed ha fatto) del Sud, oltre che di altri paesi sottosviluppati
Nicola Zitara
da L'unità d'Italia: nascita di una colonia