giovedì 2 aprile 2020

BRIGANTAGGIO E LOTTA DI CLASSE NEL RISORGIMENTO ITALIANO


di Antonio Erpice

Banditi, criminali comuni, partigiani, giustizieri, vendicatori sanguinari, simbolo del ribellismo e dell’identità meridionale o della sua arretratezza, i briganti sono stati definiti nei modi più disparati. Abbiamo già avuto modo di descrivere le cause e gli episodi decisivi del brigantaggio post-unitario1, lo scopo di questo articolo è quello di definirne più puntualmente la natura. Ai poli opposti troviamo le due tesi principali, quella liberale, per cui i briganti non furono altro che criminali e reazionari al soldo dei Borbone,2 e quella borbonica (e neoborbonica) per cui i briganti furono i più fieri partigiani di Francesco II,3 un esercito popolare che combatté l’invasione piemontese e difese col proprio sangue l’onore del meridione. Nell’opinione di chi scrive, il brigantaggio, che fu un fenomeno articolato e muoveva da diverse cause,4 si caratterizzò per essere una rivolta contadina, espressa tanto attraverso la guerriglia delle bande, quanto attraverso le reazioni, cioè le insurrezioni di massa nei centri abitati, alla cui origine vi era l’estremo immiserimento dei contadini meridionali. È su questa condizione sociale, che fece da sfondo all’intero processo risorgimentale, che i Borbone e il papato provarono a indirizzare politicamente la reazione contadina contro lo Stato unitario, al fine di provocare una sollevazione che riportasse i vecchi regnanti al potere. Se la politica legittimista5 ebbe uno spazio, questo non fu dovuto ad un’adesione delle masse meridionali alla reazione, ma al modo in cui la borghesia italiana, compresa quella meridionale, portò a compimento l’unità del Paese.
Risorgimento e rivoluzione
Nella vulgata dominante, l’unificazione fu una grande ed eroica epopea nazionale, un miracolo che sancì la volontà comune di un popolo che per anni era stato diviso e oppresso dalle potenze straniere. Ma diversamente da come ci è stato raccontato, il Risorgimento più che un movimento di liberazione nazionale fu il compimento di un disegno guidato dai liberali, sotto l’ombrello dei Savoia, su cui conversero le principali forze unitarie della penisola.6 Un processo guidato dall’alto in cui le spinte rivoluzionarie, che pure erano presenti, furono tradite e soffocate. La “rivoluzione liberale”, a ben vedere, ebbe molti più elementi di continuità che di rottura con i regimi precedenti. Per il Mezzogiorno questo significò una generale condizione di subalternità, ma anche, in riferimento al tema che ci riguarda, l’eccidio dei contadini e la repressione delle loro lotte (che sarà una costante anche negli anni a venire), le fucilazioni sommarie per coloro che erano coinvolti nelle azioni di brigantaggio o che semplicemente aiutavano le bande.
Proprio in scia di questa interpretazione del Risorgimento, Gramsci sottolineò come l’unificazione italiana fosse avvenuta non attraverso un processo rivoluzionario che coinvolgesse gli strati popolari e i contadini, ma attraverso l’unità tra la borghesia industriale settentrionale e i grandi possidenti agrari del Sud.
Nel campo liberale, fu l’egemonia dei moderati, guidati da Cavour, in qualità di rappresentanti più coscienti del capitalismo in ascesa, a garantire all’unificazione un tratto marcatamente conservatore. Ma responsabili di questo esito furono anche i democratici, che non furono in grado di dare concretezza alla rivoluzione italiana. L’evanescenza di Mazzini – più volte bersaglio di critiche da parte di Marx7 – e i limiti di Garibaldi, che ebbe indubbie doti militari ma fu politicamente subalterno al re sabaudo e agli stessi moderati, fecero sì che in Italia venisse a mancare una direzione politica rivoluzionaria, il cui effetto fu drammatico soprattutto al Sud, dove avvenne lo scontro decisivo tra moderati e democratici, ma anche tra rivoluzione e reazione. Soprattutto, da queste premesse derivò l’incapacità di dare risposta, attraverso una riforma agraria, alle condizioni di vita dei contadini del Meridione, che pure avevano guardato con grandi aspettative al processo unitario, finendo poi per rimanerne delusi.
La borghesia italiana era nell’insieme in ritardo rispetto a quanto avvenuto in altri paesi europei come la Francia o la Gran Bretagna: era economicamente debole e politicamente divisa. Lo Stato unitario fu un passaggio decisivo per lo sviluppo delle forze produttive, la formazione di un mercato nazionale e in generale per l’affermazione e lo sviluppo della borghesia come classe dominante, con la piena conquista del potere politico ed economico. La debolezza della borghesia fece sì che l’unificazione si sviluppasse senza che la lotta venisse portata avanti fino alle estreme conseguenze, così come avvenne nella Rivoluzione francese sotto la direzione giacobina. Il risultato fu che in Italia, differentemente dai paesi che erano stati attraversati da una rivoluzione vittoriosa, gli obiettivi fondamentali di una rivoluzione democratico-borghese (indipendenza nazionale, riforma agraria, ecc.) non furono pienamente raggiunti, con elementi di debolezza del capitalismo italiano che permangono ancora oggi.
È su questa base, cioè sullo scarto tra quello che la “rivoluzione liberale” prometteva e quello che effettivamente dimostrava di essere, che i Borbone poterono portare avanti le loro incursioni nelle province meridionali, al fine di utilizzare i contadini contro la borghesia liberale. Le masse meridionali entrarono nel processo risorgimentale rivendicando la divisione delle terre demaniali, in conflitto con gli usurpatori, cioè i grandi proprietari terrieri che nel passaggio dell’economia meridionale dal feudalesimo al capitalismo si erano appropriati delle terre ex feudali. I contadini, specie i braccianti e i giornalieri, erano usciti da questo processo di trasformazione in condizioni peggiori, perdendo il legame che prima avevano avuto con la terra e la possibilità degli usi civici, cioè di pascolo, raccolta della legna e semina sulle terre.8 La situazione era grave anche per la piccola proprietà che in alcune aree del Mezzogiorno era molto diffusa. I contadini spesso possedevano piccole particelle di terra senza avere i capitali sufficienti per portare avanti la produzione, finendo strozzati dai debiti. In alcuni casi il risultato inevitabilmente era il riassorbimento e la concentrazione della terra nelle mani di proprietari più grandi.
 La borghesia meridionale e i moti contadini
Nella rivoluzione napoletana del 1799 i contadini furono la chiave per la reazione sanfedista del cardinale Ruffo e il ritorno al potere dei Borbone9 ma nell’ottocento le cose andarono diversamente. Nel ’20-’21 il mondo agrario fu più compatto e non ci furono moti reazionari tra i contadini, mentre il ’48 segnò nel Mezzogiorno la frattura tra la borghesia liberale, che aveva preso coscienza di sé e ora lottava per il potere politico, e le masse contadine. Il cuore dei moti del ’48 era ovviamente nei centri urbani, ma questi non avrebbero mai potuto vincere senza trascinarsi dietro le campagne, che a loro volta furono scosse dalle agitazioni contadine. Il rafforzamento della borghesia tra il ’20 e il ’48 fece sì che questa si separasse dagli interessi delle masse, rifiutando di appoggiare il movimento di occupazione delle terre del ’48, fondamentalmente perché i contadini, a differenza dal ’20-’21, occuparono non solo le terre comuni, ma anche terre che da tempo erano state chiuse, minacciando quindi la proprietà.10 La borghesia meridionale tentò ancora e fino all’ultimo la conciliazione col re affinché portasse avanti la politica liberale. Già nel ’48 quindi i moti contadini non ebbero una vera direzione politica e in alcuni casi sfociarono nel sanfedismo. Alla fine furono in particolare i settori della piccola borghesia che provarono ad indirizzare i moti. La paura della borghesia dei moti contadini, così come dei primi moti operai, fu emblematica di una fase in cui, ad un livello diverso, in altri paesi d’Europa e in particolare in Francia, si produsse la prima profonda spaccatura tra gli interessi della borghesia dominante e quelli del proletariato.11
La sconfitta del ’48 e l’incapacità di estendere la mobilitazione alle masse nella stessa città di Napoli segnò la fine della via democratica e rivoluzionaria all’unificazione,12 spalancò le porte ai moderati e garantì il passaggio dal protagonismo delle masse a quello delle diplomazie europee, forti della sconfitta della rivoluzione a livello continentale.13
Il ’48, col suo lascito di repressione, carcere ed esilio, fece maturare in gran parte della borghesia meridionale la conclusione che non fosse possibile cambiare la propria condizione da sola o con i Borbone, questa si avvicinò alla borghesia settentrionale e aderì all’idea unitaria, con la fondamentale subalternità al re sabaudo. Il risultato fu, com’è noto, l’unificazione per annessione e l’estensione dell’architrave istituzionale piemontese all’intera Italia, la così detta “piemontesizzazione”.
Un filo conduttore unì l’intero processo: la paura della rivoluzione. Come vedremo questo sarà un elemento decisivo anche nel ’60, quando si espresse tanto nella necessità di liquidare l’esperienza garibaldina, che nonostante i suoi limiti fu percepita come un pericolo, quanto nella repressione del brigantaggio e nel compattare la classe dominante nell’odio contro i cafoni. Il risultato decisivo fu che questi avrebbero individuato lo Stato unitario come lo Stato dei signori, lo Stato era dei e per i galantuomini e alla rivoluzione liberale non erano stati invitati.
 Revisionismo e nazione napoletana
Dagli anni ’80 in poi, e in particolare attorno alle celebrazioni del centocinquantenario dell’unità d’Italia, si è fatta avanti una storiografia revisionista che a ragione viene definita neoborbonica.14 Non è compito di questo articolo affrontare l’insieme delle loro tesi sul Risorgimento, ma vale la pena richiamare il punto essenziale perché costituisce la premessa per la caratterizzazione politica del brigantaggio. Eliminando qualsiasi lettura di classe del processo unitario, i revisionisti meridionalisti leggono l’unificazione italiana esclusivamente come guerra di conquista.15 Nelle loro tesi ci sono ovviamente elementi di verità, ma sono annegati nella retorica legittimista. L’approdo è ovviamente la mitizzazione del regno delle Due Sicilie, innalzato a simbolo di un passato d’oro, che compattamente sosteneva i Borbone, sconfitto per l’utilizzo di cospirazioni e raggiri e per il tradimento di pochi. La lotta dei briganti è quindi la lotta partigiana dei difensori della nazione napoletana, di chi si opponeva all’invasore piemontese, e in alcuni casi addirittura diventa il simbolo della lotta per la difesa dell’identità meridionale. Nel brigantaggio ovviamente non mancarono elementi di fedeltà dinastica e di patriottismo borbonico, si pensi al ruolo degli ex soldati borbonici che furono una componente importante del brigantaggio. Briganti come il sergente Romano in Puglia o Antonio Franco sul Pollino tra Calabria e Lucania si considerarono soldati di Francesco II. Importante fu pure il sentimento religioso e la fedeltà all’altare, ma da qui a individuare il brigantaggio come una guerra di resistenza per la difesa della nazione napoletana ce ne passa. L’idea del brigantaggio come lotta popolare a difesa del regno16 risulta inadeguata ancora di più in un contesto in cui l’ideologia dominante fu, al Sud come al Nord, in gran parte orientata alla formazione dell’identità italiana.17
 La crisi del Regno delle Due Sicilie
Il punto decisivo è che il Mezzogiorno d’Italia, come abbiamo in parte già visto, fu attraversato da una successione di avvenimenti che aprirono lo scontro di classe all’interno del regno delle Due Sicilie ben prima del processo di unificazione, tanto da essere considerato dai liberali la polveriera d’Italia, proprio per le contraddizioni che il regno andò accumulando. Un processo che tra l’altro è pienamente inserito nel generale clima rivoluzionario europeo.
Proprio per questo, un conto è criticare, anche ferocemente, il modo in cui il processo unitario venne effettivamente portato avanti, un altro è negare che al Nord come al Sud la lotta per l’unificazione, e quindi della rivoluzione liberale e borghese, avesse un’aspirazione progressista, legata all’idea della lotta contro la dominazione straniera, ma anche contro la tirannia e, per gli strati popolari urbani come per i contadini, anche di migliori condizioni, a cui si orientarono in modo diverso migliaia di meridionali. Questo aspetto è da sottolineare perché, differentemente da quanto avviene nella lettura “nazionalista” neoborbonica, permette anche di individuare le effettive responsabilità delle classi che portarono avanti il processo di unificazione al Nord come al Sud del Paese. Di fronte alle trasformazioni a livello europeo tra Settecento e Ottocento i Borbone non affrontarono fino in fondo il potere baronale, preferendo agevolare il processo di trasformazione del baronato in grandi proprietari borghesi, con una politica volta a contenere il malcontento delle masse ma evitando qualsiasi riforma radicale. Il risultato fu una politica di riforme fatte di continui ripensamenti, come dimostra il ’48 con la Costituzione concessa e poi ritirata poco dopo, e un uso massiccio della repressione.
Ferdinando II18 fu il primo a passare apertamente alla reazione,19 tanto da guadagnarsi il soprannome di Re bomba. In Sicilia il regno si manteneva in piedi solo sull’uso della forza e degli odiati sorci, i soldati borbonici. A Palermo il 12 gennaio il popolo insorse,20 fu il primo a farlo a livello europeo, e lo fece anche contro Napoli e per l’autonomia dell’isola, la monarchia borbonica venne dichiarata decaduta. La repressione borbonica non riguardò solo la Sicilia, a Napoli il 15 maggio del ’48 vennero uccise 500 persone dagli svizzeri inquadrati nell’esercito borbonico. Ma al di là della repressione il regno non poté fare molto altro.
Quando nel ’60 si riaprì la partita i Borbone non avevano più veri punti di appoggio nella società, e di fronte all’impresa garibaldina il regime borbonico collassò su se stesso. I volontari garibaldini risalirono l’Italia nonostante sulla carta si sarebbero dovuti scontrare con un esercito notevolmente superiore (95mila tra ufficiali e soldati).21 A niente servì riesumare la Costituzione del ’48, che ormai appariva come una manovra disperata. La Sicilia rimaneva però il tallone d’Achille del regno, non a caso scelta per la spedizione garibaldina. Nel ’60 Palermo insorse di nuovo, con barricate e nuove squadre che affluirono dai paesi circostanti. I borbonici non rischiarono gli uomini di cui disponevano nei combattimenti di strada ma alla fine furono rinvenuti 600 civili.22 Fu il contesto insurrezionale a rendere impraticabile la repressione borbonica, i cui comandanti siglarono un accordo per il ritiro delle truppe dalla città con Garibaldi. Non fu solo Palermo ma anche le campagne ad essere in fibrillazione, per via della promessa, che lo stesso Garibaldi aveva fatto, con un decreto il 2 giugno, di distribuire la terra a chi avesse combattuto per la causa unitaria. Nell’isola un ruolo attivo fu giocato anche dai galantuomini che sostennero Garibaldi e gli fornirono i loro picciotti al fine di tenere sotto controllo la rivolta sociale e gestire il processo.
Anche alcuni briganti, in quanto parte del mondo contadino, si orientarono a Garibaldi, in alcuni casi per poter essere riabilitati dal governo liberale: Crocco e Ninco Nanco, due dei più importanti briganti lucani, parteciparono alle insurrezioni di Potenza, il brigante silano Muraca si mise al servizio di Garibaldi aiutandolo a disarmare le truppe borboniche nella piana di Soveria. Il cosentino Pietro Monaco, che diventò un capobanda, combatté da volontario con Garibaldi a Capua. Fu l’accordo tra i militari garibaldini e quelli napoletani a far in modo che dalla Calabria Garibaldi potesse risalire il Sud Italia per poi arrivare fino a Napoli, senza una vera opposizione e con l’ingrossamento delle file dell’esercito garibaldino, che arrivò a contare 40mila-50mila uomini e di cui la metà era composta da meridionali.
Le aspettative che suscitò l’impresa garibaldina furono alte, il dato non è omogeneo e non assunse nel continente l’impatto che ebbe in Sicilia, ma vi furono in diverse parti del Mezzogiorno moti insurrezionali guidati dai liberali. La Basilicata, ad esempio, nell’agosto del ’60 fu attraversata da moti insurrezionali di matrice unitaria e liberale, che ebbero alla base aspirazioni demaniali, i liberali infatti promettevano le terre della corona ai contadini. I governi pro-dittatoriali in diverse province abolirono la tassa sul macinato, dimezzarono il prezzo del sale e in diversi casi i contadini occuparono le terre demaniali usurpate. Garibaldi ordinò che gli abitanti poveri di Cosenza e dei suoi casali potessero esercitare gratuitamente gli usi di pascolo e di semina nelle terre demaniali della Sila.
Ma al di là dei proclami, il movimento garibaldino non aveva un vero programma agrario. Furono gli stessi garibaldini che per primi, nell’affanno di gestire il nuovo ordine, repressero i moti contadini e ne tradirono le aspirazioni. Il caso più noto, ma non di certo l’unico, fu quello di Bronte, dove un’insurrezione popolare provocò sedici morti, in prevalenza nobili e proprietari terrieri. La rappresaglia ordita da Bixio, luogotenente di Garibaldi, fu esemplare, con un processo sommario e cinque condannati a morte, tra cui l’avvocato Lombardo, accusato di essere responsabile della rivolta, ma estraneo ai fatti. I corpi dei fucilati furono lasciati esposti e insepolti come monito, affinché si chiarisse l’inviolabilità della proprietà privata, e inaugurando una pratica che sarà poi adottata dall’esercito regio contro il brigantaggio.
Nel giro di poco tempo gran parte dei provvedimenti sopra citati vennero ritirati e inasprite le pene nei confronti di azioni di forza da parte dei contadini, sia rispetto alla proprietà privata che alle terre demaniali.
Con la vittoria dei moderati i settori più avanzati della rivoluzione unitaria vennero umiliati e politicamente disarmati. Le promesse di migliori condizioni di vita vennero inevitabilmente tradite, per protestare contro il nascente Stato unitario rimase come unico strumento quello delle rivolte contadine e della guerriglia di bande. Quello che non riuscirono a fare i garibaldini sul terreno repressivo lo avrebbe fatto da lì a poco la politica moderata che usò nella lotta al brigantaggio il pugno di ferro, dichiarando prima lo stato d’assedio e poi la legislazione speciale (la legge Pica) al fine di sedare le agitazione nell’Italia meridionale.23
 I Borbone e i briganti
I briganti che ebbero caratterizzazione politica la ebbero in senso reazionario e legittimista. I Borbone e il clero poterono avvantaggiarsi di questa situazione di ostilità allo Stato unitario e, con demagogia e raggiri, arruolare tra le masse, promettendo loro la terra e denunciando i privilegi che la rivoluzione nazionale dava ai galantuomini mentre per gli sfruttati c’erano solo peggiori condizioni, maggiore tassazione e repressione. I comitati borbonici giocarono un ruolo attivo nell’armare le bande di contadini e ex soldati ma, nonostante il tentativo di organizzare la sollevazione generale, il piano di restaurazione fallì anche perché non trovò un’eco paragonabile alla reazione del 1799, non esistette cioè un legittimismo di massa. Il progetto di Borjes, il generale legittimista spagnolo inviato nel Mezzogiorno al fine di organizzare la reazione borbonica, in fin dei conti fallì perché non trovò la disponibilità delle masse meridionali a sostenere la sua impresa.
Il tentativo dei Borbone di indirizzare politicamente il malcontento dei contadini, così come il rapporto tra briganti e borbonici, non fu lineare né pacifico. Le rivolte contadine non ebbero un vero programma e il legittimismo politico fu effettivamente l’unica proposta politica di cui poterono usufruire. Attraverso i comitati borbonici e le manovre del re e dello Stato pontificio vi fu l’utilizzo strumentale del malessere contadino, ma mancò qualsiasi capacità di unificare una direzione e anche di disciplinare i briganti agli emissari del re o del papa. Ciò valse per la rottura tra Borjes e Crocco in Basilicata ma anche per il rapporto conflittuale tra Tristany, altro nobile legittimista, e Chiavone ai confini con lo Stato Pontificio. Chiavone infatti, nonostante le pressioni del comitato borbonico romano, preferì il brigantaggio comune alla guerriglia legittimista, tant’è che fu Tristany a farlo giustiziare. Le diverse famiglie potenti, fornendo ricompense, utilizzarono i briganti per motivi politici e rivalità personali. Nelle testimonianze di coloro che furono catturati vi è la sensazione di essere stati truffati dai potenti. Altri, più scaltri, sottolinearono la loro indipendenza, Cipriano la Gala replicò ad un avvocato da lui catturato: “
Tu hai studiato, sei avvocato, e credi che noi fatichiamo per Francesco II?”.24 Alcuni briganti in realtà utilizzarono l’autorità di Francesco II per imporre i loro proclami e diramare i propri ordini. Alla base della mobilitazione contadina vi furono cause economiche e sociali, la loro strumentalizzazione e le parole d’ordine reazionarie non furono sufficienti ad organizzare nel Mezzogiorno qualcosa di simile alla Vandea controrivoluzionaria. Sia rispetto all’organizzazione, all’estensione, ma soprattutto alla mancanza di una direzione del processo reazionario, cosa che da soli né i briganti né i contadini potevano e intendevano organizzare. In particolare mancarono capi militari e figure di spicco nel campo borbonico, capi legittimisti napoletani alla testa delle bande. Man mano che veniva meno la direzione borbonica la lotta sfociò più apertamente nel saccheggio e nelle razzie, arrivando a perdere anche il consenso di cui inizialmente godeva, un elemento importante per la repressione e la sconfitta del fenomeno.
 Conclusioni
Il brigantaggio post-unitario è stato un fenomeno complesso che come abbiamo visto non può essere liquidato come semplice reazione borbonica o atti delinquenziali. Azioni di criminalità comune (assassini, vendette personali, furti e rapine) erano ovviamente presenti nel banditismo brigantesco, specialmente tra le bande più piccole, così come la violenza cieca o il desiderio di vendetta, ma fondamentalmente le bande erano organizzazioni finalizzate alle azioni di guerriglia, la cui matrice di classe era quella contadina. È tra i contadini poveri che non solo vi era il maggior ricorso alla formazione di bande (gli stessi ex soldati del disciolto esercito borbonico venivano da quel mondo), ma soprattutto il sostegno alle azioni brigantesche, in particolare nel periodo del grande brigantaggio,25 dove la sollevazione contadina assunse dimensioni di massa.
Sarebbe però sbagliato individuare l’insieme delle azioni brigantesche come parte di una guerriglia contadina, intesa in senso moderno. In alcune letture maoiste e terzomondiste del brigantaggio questo viene considerato alla stregua della guerriglia che abbiamo visto in alcuni paesi nel Novecento.26 È fin troppo ovvio sottolineare che le azioni brigantesche erano spesso effimere, e non arrivarono ad unificarsi nemmeno su scala provinciale, al di là dell’effetto domino che si produceva in alcuni territori. Le insurrezioni nei singoli municipi duravano poco e non furono capaci di produrre nessuna strategia generale che andasse oltre l’attesa del ritorno dei Borboni. Gli unici territori che i briganti contendevano allo Stato italiano e su cui potevano esercitare un controllo erano boschi e zone disabitate. Per la sua stessa natura, il brigantaggio non aveva un vero programma, e nonostante il retroterra dei moti contadini con cui si relazionava, i moti demaniali e il brigantaggio non sono pienamente sovrapponibili, né tutte le agitazioni demaniali sfociarono nella formazione di bande di briganti. L’obiettivo dei briganti non era quello dell’organizzazione del mondo contadino e il loro orizzonte era limitato al mondo che avevano sempre conosciuto.
Il brigante Tortora dichiarò: “
Ladri sono i galantuomini delle città, e prima i concittadini miei, e uccidendoli non fo’ loro che la giustizia [che] meritarono; se tutti i cafoni conoscessero il loro meglio non n’avrebbe a restare in vita per uno”. Inevitabilmente i briganti godevano della simpatia dei contadini, rappresentando i loro sentimenti di rivalsa e di giustizia.27 In alcune zone le loro imprese appartenevano alla memoria collettiva, finendo facilmente per essere mitizzate.28 Manca però qualsiasi iniziativa da parte dei briganti verso l’occupazione delle terre e nella lotta contro gli usurpatori, il loro profilo è quello della protesta armata, del saccheggio, della distruzione. Animati dal senso di ingiustizia e dall’odio verso i galantuomini il brigantaggio non va oltre la ribellione. Un ribellismo che non a caso ha visto tradizionalmente l’esaltazione da parte degli anarchici. Si tratta di una lotta in forme primitive, a tratti disperata e senza prospettiva, ma nel contesto generale che abbiamo descritto sopra, che non poteva che isolarli, era impensabile che producessero molto di più.
Il brigantaggio è stato utilizzato a simbolo dell’arretratezza del Sud e il bagno di sangue a cui furono sottoposti i contadini il prezzo necessario per entrare nella civiltà. Come abbiamo provato a spiegare, le agitazioni demaniali e la condizione dei contadini, che sono alla base del brigantaggio, sono il frutto delle trasformazioni economiche del Sud e non del suo immobilismo. Certo, sono il frutto di un capitalismo arretrato, ma è un’arretratezza che loro subirono e a cui opposero rivendicazioni vecchie (gli usi civici) e nuove (la divisione delle terre demaniali).
Questi reagirono a condizioni disperate come erano abituati tradizionalmente a fare, da secoli, con rivolte spontanee e esplosioni di rabbia. Differentemente dagli anni precedenti però ora si trattava di una rivolta prolungata che, anche per la mancanza di alternative e per lo scontro con lo Stato unitario, si alimentava di continuo, si strutturava militarmente e durò degli anni. Per questo alcuni hanno definito il brigantaggio come prima lotta autonoma, e quindi compiutamente antiborghese, dei contadini proletari meridionali, ma è un’esagerazione; la risposta non poteva venire dal brigantaggio, che in fin dei conti era il canto del cigno di un mondo rurale che stava definitivamente sparendo. Nel giro di pochi anni l’organizzazione dei contadini fece un salto di qualità in avanti impressionante, dotandosi di propri programmi e organizzazioni capaci di inserirsi nel quadro della lotta di classe tipica delle dinamiche capitalistiche, il che ovviamente segnò la sostanziale fine del brigantaggio.
Il brigantaggio è stato anche concepito come lotta anticoloniale, cioè come risposta popolare alla volontà dei piemontesi che a loro volta dovevano schiacciare la rivolta meridionale al fine di poter imporre il proprio dominio al Sud. La lotta dei briganti è quindi la lotta per difendere le proprie terre e per non essere trasformati in colonia. Indubbiamente tra i piemontesi e i fautori dello Stato nazionale c’era chi sosteneva l’arretratezza antropologica del Sud,29 la stessa retorica risorgimentale comportava la liberazione dal Mezzogiorno da parte del Nord. Non mancano similitudini con l’attitudine razzista tipica delle imprese coloniali,30 ma porre l’accento solo su questo punto significa negare il fatto che nel Sud l’unificazione avvenne con elementi di guerra civile31 e di scontro di classe (i primi nemici erano i galantuomini meridionali e i liberali della guardia nazionale, meridionali anch’essi) e si ricade inevitabilmente nella retorica neoborbonica, nello scontro identitario o nelle differenze culturale tra Nord e Sud così care, ad esempio, ai sostenitori delle tesi post-coloniali.32
Al di là di ogni mitizzazione, la storia del brigantaggio e della sua repressione sono una cicatrice, purtroppo non l’unica, che ci ricorda cosa hanno dovuto patire i contadini e il popolo meridionale. Si tratta di una storia che va conosciuta e sottratta all’oblio e alla manipolazione, sia essa finalizzata a improbabili progetti secessionisti o alla retorica nazionalista e patriottarda dell’Italia unita. È sacrosanto non solo che ci si indigni, ma che si percepisca il brigantaggio come parte della nostra storia di sfruttati, per capire e riscoprire le tradizioni rivoluzionarie del Meridione d’Italia. Tocca a noi farlo.
 Note
1. Per una sintesi del brigantaggio meridionale post unitario dal 1860 al 1870, si veda l’articolo: Quando c’erano i briganti ascesa e repressione del brigantaggio post-unitario (1860-1870), reperibile su www.marxismo.net.
2. Ovviamente anche tra i liberali c’era chi ammetteva l’esistenza di cause più profonde. La stessa relazione di Massari, che faceva il punto nel ’63 a nome della commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio nelle province meridionali, dopo aver denunciato le responsabilità dei Borbone e del papato, sottolineava come alla radice ci fosse la condizione di miseria dei contadini proletari. Ma questo avveniva dopo anni di minimizzazione e negazione del fenomeno. Bollare qualsiasi episodio di opposizione al nascente Stato unitario come brigantaggio era già di per sé un atto di criminalizzazione del fenomeno, considerato come espressione della parte più retriva, la feccia della società, che in molti casi veniva liquidato e associato ai fenomeni delinquenziali e alla camorra.
3. Francesco II di Borbone (1836-1894) fu l’ultimo re del regno delle Due Sicilie, dal 22 maggio del ’59 al 13 febbraio del ’61, anno in cui venne spodestato in seguito all’annessione dei territori meridionali al regno d’Italia.
4. Anche rispetto alle cause rinviamo all’articolo sopra citato. In estrema sintesi queste furono: la lotta per la quotizzazione (divisione) delle terre demaniali, lo scioglimento dell’esercito borbonico, e in parte anche di quello garibaldino, la leva obbligatoria, col conseguente processo di renitenza, l’aumento della tassazione e in generale il peggioramento delle condizioni di vita nel Sud Italia in seguito al crollo del regime borbonico.
5. Per legittimismo qui si intende semplicemente la rivendicazione del ritorno al trono del legittimo sovrano, che in questo caso era Francesco II di Borbone.
6. Va detto che oggi il mito risorgimentale è fortemente in crisi e non trova grandi difensori, come si è visto nelle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, tenutesi qualche anno fa senza grande entusiasmo nonostante la grande campagna mediatica. Il Risorgimento infatti è da anni sotto attacco della propaganda leghista e razzista nei confronti dei meridionali, a cui più recentemente si è aggiunta la propaganda neoborbonica, su cui ritorneremo più avanti, essendo parte integrante del dibattito sul brigantaggio.
7. Marx criticava a Mazzini l’incomprensione dei processi rivoluzionari, il rifiuto della lotta di classe e soprattutto la sottovalutazione del peso che le masse avevano nei processi storici, problema che Mazzini, con la sua concezione cospirativa, idealistica e religiosa, non era in grado di cogliere. “Ritengo la politica di Mazzini assolutamente falsa” – scriveva Marx a Weydemeyer l’11 settembre 1851. “Egli lavora completamente nell’interesse dell’Austria mentre stimola l’Italia all’attuale insurrezione. D’altra parte egli trascura di dedicarsi a quella parte dell’Italia che da mille anni è oppressa, ai contadini, e prepara, con questo, nuove risorse alla controrivoluzione. Il signor Mazzini conosce solo le città con la loro nobiltà liberale e con i loro borghesi illuminati. Le necessità materiali degli abitanti della campagna italiana – altrettanto stremati e sistematicamente snervati e instupiditi degli irlandesi – giacciono naturalmente troppo in basso per il cielo di frasi dei suoi manifesti cosmopolitici-neocattolici-ideologici. Ma certo ci vuole del coraggio per dichiarare ai borghesi ed alla nobiltà che il primo passo per l’indipendenza d’Italia è la piena emancipazione dei contadini e la trasformazione del loro sistema di mezzadria nella libera proprietà borghese. Sembra che Mazzini ritenga più rivoluzionario un prestito di 10 milioni di franchi che l’acquisto di dieci milioni di uomini” (K. Marx, F. Engels, Sul Risorgimento Italiano, Roma, 1959, p. 26).
8. Le rivendicazioni sui demani sono state spesso portate a dimostrazione dell’arretratezza dell’economia meridionale. Rosario Villari, non senza unilateralismo, addirittura sostenne che: “È questa una delle più importanti manifestazioni del carattere ‘anacronistico’ che ha avuto la lotta di classe nel Mezzogiorno, derivante dalla generale arretratezza di un ambiente sociale in cui la formazione della proprietà privata borghese non è stata mai accettata come un fatto compiuto e definitivo” (R. Villari, Il Sud nella storia d’Italia, Bari 1977, Vol. 1, p. 161). Villari definisce arcaiche le rivendicazioni dei contadini, quelle degli usi civici sicuramente lo erano, ma in parte era naturale che i contadini rivendicassero un loro tradizionale diritto che con la chiusura delle terre veniva a mancare, ancora di più se si considera le usurpazioni da parte dei grandi proprietari terrieri. Soprattutto, quella degli usi civici era una richiesta che coloni e braccianti affiancavano allo stesso diritto alla terra, attraverso, appunto, la rivendicazione delle divisioni in quote delle terre demaniali.
9. A Napoli il 23 gennaio del 1799 la borghesia intellettuale, sotto l’egida francese, diede vita alla Repubblica Napoletana, la cui durata fu di solo sei mesi. Il cardinale Fabrizio Ruffo, col sostegno della corte borbonica rifugiata a Palermo, organizzò, partendo dalla Calabria, un esercito popolare, composto prevalentemente da contadini. L’esercito della Santa Fede (da cui deriva il termine sanfedismo) vide tra l’altro la partecipazione di alcuni noti briganti come Fra Diavolo e Mammone e riuscì a riconquistare i territori controllati dai repubblicani, permettendo il ritorno al trono dei Borbone.
10. Carlo Poerio, liberale moderato protagonista del ’48 e membro del governo costituzionale napoletano rispetto ai moti contadini in Calabria ricorderà che: “La rapina ed i ricatti delle bande armate han finito di disgustare la massa de’ proprietari e degli onesti cittadini” e che in Cilento: “gli sciagurati che si sono mossi formano una setta antisociale e bestiale” (Riportato in A. Lepre, Il Mezzogiorno dal feudalesimo al capitalismo, Napoli 1979, p. 81).
11. Marx analizzò questo aspetto decisivo del ’48 parigino nel suo Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850.
12. L’estremo tentativo al Nord fu l’insurrezione di Milano del ’53, che Marx commentò con ammirazione per “un atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40mila soldati tra i migliori d’Europa, mentre i figli di Mammone danzavano, cantavano e gozzovigliavano in mezzo alle lacrime e al sangue della loro nazione umiliata e torturata”. (K. Marx, F. Engels, Sul Risorgimento Italiano, cit., pag. 102-106).
13. È interessante come Lepre sintetizza e ricostruisce questo passaggio nelle campagne: “La situazione è dunque a Napoli notevolmente complessa. Nelle campagne invece, la lotta di classe assume caratteri più chiari. Da una parte si schiera la grande e media borghesia agraria; dall’altra sono le masse dei contadini poveri. In nome della difesa della proprietà, grande e media borghesia trovano l’accordo che manca invece su altre questioni di politica interna, in particolare sull’ampiezza e profondità che dovrebbe avere la liberalizzazione delle strutture politiche. E gli stessi democratici che operano a Napoli, e quindi esprimono più immediatamente di interessi, le aspirazioni, le paure, dei proprietari di provincia che hanno fissato la loro residenza nella capitale, non hanno nessuna esitazione nell’affermare col massimo vigore l’intoccabilità del principio della proprietà privata. Nello stesso tempo, essi scelgono di battersi per l’unità nazionale, e questa scelta, che per molti liberali significa, molto concretamente, allargamento del mercato, ha per i democratici un valore più profondo: l’unità è vista come il quadro generale in cui si risolveranno anche i problemi della giustizia sociale; un valore più profondo, ma anche essenzialmente mitico: nella realtà, infatti, l’unità approfondirà anche più le fratture esistenti nella società del Mezzogiorno”. (A. Lepre, Il Mezzogiorno dal feudalesimo al capitalismo, cit., p. 101).
14. Rientrano in questo filone anche libri che hanno avuto una certa diffusione come “Terroni” e gli altri scritti di Pino Aprile, “Controstoria dell’unità d’Italia” di Gigi Di Fiore o “Il sangue del Sud” di Giordano Bruno Guerri. Si tratta di libri che cavalcano l’indignazione e la rabbia meridionale, giustamente accumulata dopo anni di propaganda razzista e anti-meridionale, approdando alla difesa acritica dei Borbone.
15. In estrema sintesi per i neoborbonici il regno sabaudo, grazie al sostegno internazionale, poté annettere il Sud Italia con una guerra non dichiarata, Garibaldi con i soldi dell’Inghilterra arruolò i mafiosi e comprò gli alti gradi dell’esercito napoletano. Con la farsa dei plebisciti venne data copertura legale alla conquista, salvo poi massacrare i meridionali, con deportazioni di massa, depredare il Sud e costringere i meridionali all’emigrazione in massa.
16. Questa tesi, che oggi viene riproposta, è in realtà un classico dell’armamentario legittimista e risale allo storico funzionario borbonico Giacinto De’ Sivo e al suo Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861.
17. Non è necessario spiegare la difficoltà nel costruire un’identità nazionale perché è cosa nota, ma questa più che il frutto di uno scontro tra il Nord e il Sud del paese era il risultato della frammentazione generale dell’Italia e della sua estrema differenziazione interna.
18. Ferdinando II di Borbone (1810-1859), re del regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1859.
19. Sulla sconfitta del ’48 Napoletano e sul ruolo giocato dal Lumpenproletariat (sottoproletariato) ma anche sul ruolo della re-pressione dei Borbone vale la pena leggere il breve commento di Engels a riguardo. (Vedi K. Marx, F. Engels, Sul Risorgimento Italiano, cit., pag. 57-59).
20. Nel ’48 Palermo fu la prima città europea ad insorgere, i centri cittadini erano in rivolta, ovunque artigiani e operai formarono barricate. La vittoria napoletana fu possibile grazie al massiccio bombardamento della cittadella di Messina e una vendetta efferata sulla popolazione civile con un migliaio di morti, saccheggi e combattimenti casa per casa (Vedi S. Lupo, L’unificazione Italiana, Roma 2011, pag. 46-47).
21. “Ma che razza d’esercito è questo! – scrive Engels – Bello a vedersi esternamente tanto da soddisfare la persona più esigente, ma non si trova né vita, né spirito, né patriottismo. Non ha tradizioni militari nazionali. Quando i napoletani combatterono come tali furono sempre sconfitti. Soltanto al seguito di Napoleone essi conobbero la vittoria. Non è un esercito napoletano. È semplicemente un esercito regio. È stato formato ed organizzato con l’espresso e l’esclusivo scopo di tener sottomesso il popolo. E persino per questo scopo appare inadatto. Esso comprende un buon numero di elementi antimonarchici, il quali ora vengono alla luce dappertutto. I sergenti e i caporali, in particolar modo, sono quasi tutti dei liberali. Interi reggimenti gridano: ‘Viva Garibaldi!’. Nessun esercito ha mai subito tanti disastri quanti ne ha subiti questo da Calatafimi a Palermo, e se le truppe straniere e qualche napoletano hanno combattuto bene a Milazzo, non bisogna dimenticare che gli elementi scelti formano soltanto una piccola minoranza dell’esercito. Così si può dar quasi per sicuro che se Garibaldi sbarca con forze sufficienti tali da ottenere alcuni successi sul continente, nessun massiccio concentramento di truppe napoletane potrà contrastargli il passo con probabilità di successo; e noi possiamo attenderci da un momento all’altro la notizia che egli sta continuando la sua marcia trionfale da Scilla a Napoli con 15mila uomini contro un numero dieci volte superiore”. (K. Marx, F. Engels, Sul Risorgimento Italiano, cit., pag. 368-371).
22. Vedi S. Lupo, L’unificazione Italiana, cit., p. 47.
23. È famosa una constatazione di Gramsci, anche se nelle sue riflessioni manca un ragionamento approfondito sul brigantaggio: “Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo Stato italiano ha dato il suffragio solo alla classe proprietaria, è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono infamare col marchio di ‘briganti’.” (Antonio Gramsci, L’Ordine nuovo 1919-1920, Torino, 1987, pag. 422).
24. Riportato in F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’unità, Milano 1964, p. 130.
25. Il grande brigantaggio è l’espressione con cui si indica il periodo di maggiore intensità del brigantaggio post-unitario, dal 1861 al 1865.
26. È questo il caso di R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione, vol.1, Milano 1975 e di M. R. Cutrifelli, L’Unità d’Italia, guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud, Verona, 1974.
27. Se si legge “Come divenni brigante” l’autobiografia di Crocco, si percepisce quanto questi sentimenti fossero decisivi nelle sue scelte e nella sua adesione al brigantaggio.
28. È Noto il passaggio che al riguardo fornì Carlo Levi, che osservò come a distanza di 70 anni in Lucania i contadini sentivano come propria e ancora viva la lotta dei briganti. Vedi C. Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, Torino, 1945, p.131-132).
29. È il caso, ad esempio, di Lombroso, l’antropologo positivista noto per le sue teorie razziste sulla criminalità, che fu in Calabria con l’esercito piemontese per qualche tempo, potè studiare i crani dei briganti e definirli primitivi mossi da istinti bestiali.
30. Il caso più noto, ma ce ne sono altri, è la lettera di Farini a Cavour del 27 ottobre del 60, cui dice: “che Paesi sono mai questi, il Molise e Terra di lavoro! Che barbarie! Questa è Africa: i beduini, a riscontro di questi cafoni, son fior di virtù civile”(citato da Lupo, L’unificazione italiana, cit., p. 85).
31. Questa tesi, che coglie un punto importante della situazione nel Mezzogiorno, è quella su cui pone l’accento Lupo, negli studi già citati. Il limite di fondo è la priorità alle motivazioni politica che secondo Lupo segnerebbero nel brigantaggio una tendenza interclassista. A tal riguardo la posizione più condivisibile è quella di Molfese per cui: “il rapporto fra aspetto politico e aspetto sociale del brigantaggio meridionale, eminentemente dialettico non poteva essere afferrato compiutamente se non si riconosceva o non si voleva ammettere apertamente il carattere di classe, unitamente ai limiti del carattere classista del movimento“. (F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’unità, cit., p.98).
32. Questa impostazione, oltre a considerare il brigantaggio come lotta anticoloniale, ne esalta astrattamente lo spontaneismo, ergendolo a simbolo del protagonismo dei ceti subalterni e rimanendo spesso e volentieri su di un terreno di vuote suggestioni sul rapporto speculare Nord Sud e su come si costruisce il “discorso razzista” verso il Sud. Vedi i saggi teorici presenti nel volume collettivo Orizzonti meridiani (a cura di), Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni, Verona, 2014.

venerdì 27 dicembre 2019

Il pensiero anarchico

A cura di Silvia Ferbri


“Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere” (M. Bakunin)


È possibile accostare il pensiero anarchico alla filosofia? Se “filosofia” significa amore per il “sapere”, ricerca mai conclusa del “sapere”, del “conoscere”, del “comprendere”, forse non sono molte le correnti filosofiche dall'età moderna in poi, pur così nominate, a poter rivendicare per sé questa qualifica in senso pieno. La maggior parte di esse si limita infatti ad offrire una specifica visione del mondo o dell'uomo, spesso dettagliata e argomentata, il più delle volte considerata un punto di arrivo. Non è anche l'anarchia una particolare dottrina politica, legata a un determinato momento storico? Se approfondiamo un poco la conoscenza di questo pensiero, ci renderemo conto che una definizione più corretta può essere invece “dottrina etico-politica” (molti pensatori anarchici si sono occupati di problemi etici, basti l'esempio di Kropotkin), e se andiamo ancora avanti nella nostra esplorazione, alla fine arriveremo a concludere che può essere ancora più opportuno riconoscerla come “filosofia etico-politica”, e attribuirle quindi lo spazio a cui ha pieno diritto all'interno del pensiero filosofico in senso lato. Potremmo anche dire, rifacendoci ad Aristotele, che si tratta di una “filosofia pratica”, in quanto caratterizzata dall'azione, sia come scopo che come oggetto.
Ma per rispondere con maggiore certezza a simili domande e affrontare con la massima apertura e disponibilità questa ricerca, occorre innanzitutto abbandonare i vari pregiudizi, chiarirci il più possibile le idee, e cioè partire dall'inizio. Il termine “anarchia” è infatti ancora un po' troppo avvolto nella confusione. Muoviamo allora dalle origini, dal significato della parola “anarchia”.
Il termine “an-archia” deriva dal greco “αναρχία”, parola composta dalla radice α-(a-), senza, e dalla radice αρχ- (arch), governo, dominio, e viene solitamente tradotto con le espressioni “senza-comando”, “senza-potere”, “senza-autorità”. “Archi” (archi), primo termine di numerosi composti, deriva dal verbo “archein”, archein, comandare. Così “archia”, archia, da “archos”, archos, “arca”, nelle parole composte dotte significa “governo”, “dominio” (mon-archia, olig-archia) e “an-archos”, an-archos, può essere pertanto tradotto “senza un superiore”. Ma si considera anche, come secondo termine, “arch ”, arché, che unito alla radice α- diviene “an-arch”, an-arché.  “Arché” però, prima ancora di “comando”, “potere”, “autorità”, significa “principio”, “origine e fine di tutte le cose”, perciò “anarchia” può anche voler dire “senza principio”, “senza divinità”, “senza dogmi”.
Una delle definizioni del pensiero anarchico (in forma sintetica) è infatti “né Dio né padrone”. Sébastien Faure disse: “Chiunque neghi l'autorità e combatta contro di essa è un anarchico”. Definizione molto semplice, e per questo incompleta e alla fine fuorviante. Il pensiero anarchico è in realtà un pensiero complesso, policromo, talvolta contraddittorio. Semplificarlo non aiuta a conoscerlo e a liberarsi dalla confusione cui accennavamo prima. E' un pensiero che ha una sua storia peculiare e un proprio originale nucleo teorico-concettuale, che lo distingue da altre dottrine politiche, come il socialismo o il liberalismo, e che lo rende in un certo senso più ampio di queste, in quanto tende ad occuparsi dell'intera vita umana e non soltanto della gestione politica o di quella economica. Ma ciò che soprattutto lo distingue dalle altre dottrine politiche, è che per l'anarchismo non esiste una “umanità astratta” (di cui invece trattano tanto il liberalismo quanto il socialismo di stato e il comunismo autoritario), ma singoli uomini concreti. Il pensiero anarchico pertanto, diversamente dalle altre dottrine politiche, non ritiene di aver compreso per via filosofica la “natura” dell'uomo, e non si considera legittimato a prescrivere un codice morale e un'etica di comportamento che implichino diritti e doveri uguali per tutti gli uomini. Nell'anarchia è di fondamentale importanza l'autodeterminazione dell'individuo, di ogni singolo individuo, che è unico e diverso da tutti gli altri, e il suo totale e pieno diritto di scelta, di consenso o di rifiuto. Potremmo provare a definirla quindi una filosofia della libertà. Ma anche così otteniamo una definizione in un certo senso riduttiva e vaga al tempo stesso. Quello anarchico non è un pensiero che rimane tale: è un pensiero legato strettamente all'azione, dando immediata origine all'”anarchismo”. Precisando meglio, l'anarchismo non deriva da riflessioni astratte di qualche intellettuale o filosofo, ma dalla lotta diretta dei lavoratori contro il capitalismo, dalla ribellione degli oppressi contro i loro oppressori, dai bisogni e dalle necessità di questi uomini e dalle loro aspirazioni di libertà ed eguaglianza. I pensatori anarchici, quindi, come Bakunin o Kropotkin, non inventarono l'idea dell'anarchismo, semplicemente la scoprirono nelle masse oppresse e sfruttate e la rafforzarono, la chiarirono e la divulgarono. E' l'azione pertanto che dà origine al pensiero. Il fine ultimo dell'anarchismo è infatti quello di un cambiamento sociale. L'anarchia critica la società esistente, di conseguenza non respinge il potere terreno in base a considerazioni prettamente filosofiche o religiose (come i mistici o gli stoici, ad esempio).
Per inciso, si può, senza eccedere in fantasia, tanto per quanto riguarda il pensiero anarchico come per altri pensieri “moderni”, fare accostamenti in alcuni punti con correnti filosofiche più antiche, e in questo caso quindi rilevare alcune somiglianze tra il pensiero anarchico e lo stesso stoicismo, ad esempio, per la sua visione cosmopolita,  o ancora meglio lo scetticismo, per il suo rifiuto di ogni dogma, o l'epicureismo, per la sua concezione materialistica e atomistica, per il suo contatto con la realtà concreta, per la scelta della situazione, delle persone e dei fatti che meglio si armonizzano con la costituzione intellettuale dell'individuo, per l'esclusione delle sterili dispute sulle questioni “supreme”, per la pluralità delle ipotesi, per la vita piacevole accompagnata però dalla rinuncia “al più”, quindi la semplicità e non lo spreco, per il suo rifiuto dell’attività politica fine a se stessa, o, ancora, si può accostare il pensiero e il sentire anarchico ad alcuni aspetti del libertinismo, per il suo richiamo alla dignità e all'autonomia della ragione dell'uomo, per il suo volersi emancipare da ogni forma di servitù intellettuale e per la sua ribellione morale alla legge e alla tradizione invecchiata, a tutto ciò che non permette all'uomo di liberare la sua creatività, quindi per quel suo spirito innovativo, scanzonato e ribelle. Portiamo dentro di noi in vari modi l'intera storia del pensiero che ci ha preceduti, che spesso riemerge in forme nuove.
Riprendendo il filo del discorso, l'anarchia, come abbiamo osservato, non sogna un mondo ultraterreno. Si occupa di questo, dove ora ci troviamo a vivere. Non si esaurisce in desideri o fughe individuali. Né si è mai considerata un pensiero elitario. E’ un pensiero concreto e radicato nel mondo che lo circonda, aperto a tutti quanti gli uomini. Esistono infatti sia il pensiero anarchico che il movimento anarchico, nelle sue varie fasi, forme ed espressioni. E sono qualcosa di inscindibile. Uno non può esistere senza l'altro. L'anarchia in senso astratto non ha senso per gli anarchici, ciò che essi desiderano è realizzarla concretamente, qui e ora. Le idee da sole non significano nulla: vanno messe in pratica nella vita di tutti i giorni, in quella pubblica come in quella privata (per gli anarchici non esiste questa distinzione, così come non esiste distinzione tra i mezzi e il fine che si vuole raggiungere; non si può voler ottenere la libertà, ad esempio, restringendola o negandola), tentando di realizzare in ogni gesto, singolarmente e in comunione con gli altri, quel mondo più umano, più libero, più giusto, che è al centro dell'ideale anarchico. A questo punto è necessario osservare come invece nell'immaginario della maggioranza degli individui il termine “anarchia” venga associato al caos, al disordine, alla violenza. O all'individualismo e all'egoismo. Oppure, anche riconoscendola come dottrina socio-politica, si tende ad accostarla al “nichilismo” o al “terrorismo”. Tutto questo avviene perché tanto la storia del pensiero anarchico quanto quella del suo movimento sono ben poco conosciute e sono sempre state tenute in ombra. Non è facile così riuscire a capire che anarchia non significa affatto disordine: caso mai il suo contrario, nel senso che gli anarchici tentano di ritrovare, di ricostituire quello che per loro è l'”ordine naturale” delle cose e della vita, deformato e stravolto nel tempo dalle varie forme di sopraffazione, di dominio, di sfruttamento e di potere. Come pensare che uomini come Tolstoj e Godwin, Thoreau e Kropotkin, le cui teorie sociali sono state definite anarchiche, volessero portare nient'altro che il caos, il disordine, la violenza nella società? Altrettanto difficile è in genere comprendere come il rispetto per la libertà dell'individuo, del singolo, visto spesso, in modo errato, unicamente come esaltazione del singolo, come puro egoismo, possa unirsi alla solidarietà nei confronti degli altri, in particolare nei confronti degli ultimi, degli emarginati, degli oppressi.
L'immagine distorta dell'idea anarchica ha diverse cause. Una può forse essere imputata agli stessi anarchici o a una parte di loro, e cioè a quella propaganda che poneva principalmente l'accento sugli aspetti distruttivi della dottrina. Ma non è mancata in realtà neppure la propaganda contraria, quella propositiva e costruttiva, sostenuta costantemente, tra l'altro, da concreti esempi di vita. La ragione principale, invece, parrebbe essere la versione spesso faziosa, in ogni caso superficiale, fornita da sempre dalla storiografia, tanto di destra quanto di sinistra (con grosse responsabilità da parte dei marxisti, a cominciare da Marx in persona, che qualificò l'anarchismo come una ideologia piccolo borghese, espressione immatura, disorganica e unicamente individualistica di ceti sociali in crisi per la disgregazione del mondo contadino e artigiano, e non ancora inseriti nel processo di produzione capitalistico, senza considerare lo scontro di potere all'interno della Prima Internazionale dei Lavoratori). Non di certo ultima, un'altra ragione è il fatto in sé evidente che il pensiero anarchico non piace a chi è al potere (o a chi il potere lo ama o lo condivide): anarchia e potere sono nemici da sempre. (Così come anarchia e gerarchia, anarchia e autoritarismo, anarchia e verticismo). Gli anarchici non vogliono conquistare il potere (neppure in “nome del popolo”), vogliono eliminarlo. In altre parole si può dire che vogliono frantumarlo  e ridistribuirlo in migliaia e migliaia di piccole unità, tante quanti sono gli esseri umani. I governi perciò, di qualsiasi colore, hanno sempre dato la caccia agli anarchici, hanno cercato di metterli a tacere, hanno sempre tentato di accusarli di ogni atto di terrorismo o violenza e di ogni azione nei confronti della ricchezza e della proprietà privata, così come nei confronti del capitalismo di stato e della sua burocrazia tirannica, tutte cose che gli anarchici desiderano abolire e che i governi e le loro polizie intendono invece difendere ad ogni costo. L'ineguale distribuzione della ricchezza e la proprietà privata, così come il potere di pochi sulla vita dei molti, sono alla base stessa dell'esistenza dei governi e della polizia, secondo l'analisi anarchica ma non solo. Nei nostri tribunali si dovrebbe amministrare la giustizia. Ma come si può considerare giusto, equo, il mondo in cui viviamo? Questo è quanto gli anarchici si chiedono e mettono da sempre in discussione.
Quali sono dunque i caratteri fondamentali del pensiero anarchico? Quali i suoi valori di riferimento? Prima di tutto: quando hanno cominciato ad essere effettivamente utilizzate le parole “anarchia”, “anarchismo”, “anarchico”?
Durante la Rivoluzione francese il girondino Brissot definiva anarchici il movimento degli Enragés, e nel 1793 dava questa definizione dell'”anarchia”: “Leggi non tradotte in effetto, autorità prive di forza e disprezzate, il delitto impunito, la proprietà minacciata, la sicurezza dell'individuo violata, la moralità del popolo corrotta, nessuna costituzione, nessun governo, nessuna giustizia: queste  le caratteristiche dell'anarchia.” Definizione quindi del tutto negativa, rafforzata in seguito dal Direttorio, che sarebbe sceso addirittura alle ingiurie: “Per «anarchici» il Direttorio intende quegli uomini carichi di delitti, macchiati di sangue, impinguati dalle ruberie, nemici di tutte le leggi che non sono state fatte da loro, di tutti i governi in cui loro non governano...”
Possiamo invece attribuire una prima riconoscibile e coerente formulazione del pensiero anarchico all'illuminista inglese William Godwin (1756-1836), quando venne data alle stampe nel 1793 la sua opera Enquiry Concerning Political Justice (che si basa su di un assunto di matrice liberal-libertaria, già sviluppato tra gli altri da Thomas Paine, John Locke e Thomas Jefferson, e cioè la contrapposizione tra la società, considerata naturale e buona, e il governo, lo stato, ritenuto artificioso e malvagio, nato in un'epoca di immaturità della ragione e che si basa unicamente sulla forza, al di là delle varie giustificazioni mitiche sulle quali pretende di reggersi) mentre il primo ad adottare orgogliosamente per sé il termine “anarchico” fu il pensatore francese socialista Pierre Joseph Proudhon, nel suo Che cos'è la proprietà? che uscì nel 1840. “Quale dev'essere la forma del governo nel futuro? Sento alcuni dei miei lettori rispondere: «Ma via, come puoi fare una domanda simile? Tu sei un repubblicano.» Un repubblicano! Si, ma questa parola non dice ancora nulla di preciso. Res publica significa la cosa pubblica; chiunque si interessi alla condotta della cosa pubblica, sotto qualsiasi forma di governo, può dunque chiamarsi repubblicano. Persino i re sono repubblicani. «Ma tu sei un democratico.» Neanche per sogno....«Che cosa sei allora?» Sono un anarchico!”. Proudhon, convinto che nella società operi una legge naturale d'equilibrio, ritenne l'autorità nemica  e non amica dell'ordine, e ribaltò così le accuse rivolte agli anarchici, rivolgendole a sua volta ai fautori del principio autoritario.
Possiamo citare come valori di riferimento quelli emersi dalla Rivoluzione francese: libertà, eguaglianza, solidarietà. (Valori che non hanno poi trovato, a seguito di quella lunga e sanguinosa vicenda, la loro vera e piena applicazione e realizzazione, essendo si in questo caso espressione dell'emergente borghesia, o almeno essa se ne impadronì e li adoperò per i propri interessi).
Anche il liberalismo e il socialismo fecero propri questi valori, ma l'interpretazione anarchica è profondamente diversa: se per il socialismo il valore principale di riferimento è l'uguaglianza e per il liberalismo la libertà, per l'anarchismo tali valori sono del tutto inscindibili e non possono che darsi contemporaneamente. Non vi può essere libertà senza uguaglianza né uguaglianza senza libertà. E la solidarietà verso gli oppressi è sempre presente. L'anarchismo quindi fa riferimento a questi valori, ma in un modo ben preciso, rigoroso e totale. Ciò che è importante rilevare è che l'affermazione anarchica della libertà, individuale e sociale, è radicale e completa, e si unisce all'altrettanto radicale critica nei confronti del principio di autorità, nei confronti del potere e del dominio in quanto tale.
L'anarchismo ne ha combattuto perciò ogni manifestazione storica, in particolare la forma politica assunta dal dominio nella società moderna: lo stato. La critica anarchica non nasce isolata: pensiamo alle svariate espressioni di lotta al potere, tanto religioso che politico, tanto culturale che economico- sociale che percorrono l'era moderna, fino a giungere alla decapitazione di un re sulla piazza della Rivoluzione a Parigi. Ma la critica anarchica appare l'approdo ultimo e quello più radicale e completo, che non accetterà mai compromessi e continuerà a negare ogni tipo di società scissa in governanti e governati. Continuerà a criticare e combattere l'autoritarismo in ogni sua forma, le gerarchie, le istituzioni oppressive nemiche dell'autodeterminazione e della libertà, le disuguaglianze e le ingiustizie sociali, quindi la proprietà privata, l'appropriazione della ricchezza, lo sfruttamento del lavoro altrui, e in tempi più recenti lo sfruttamento delle risorse naturali e ambientali, lo sfruttamento animale, l'inquinamento e lo spreco. Gli anarchici allora, ci si può chiedere, sono contro o a favore del progresso? La risposta è semplice: l'anarchico non concepisce il progresso come continuo e sfrenato aumento della ricchezza materiale e del consumo, dello sfruttamento tanto del lavoro quanto delle risorse, come distruzione dell'ambiente, come incremento della complessità della vita, ma piuttosto come moralizzazione della società attraverso l'abolizione dell'autorità, dell'ineguaglianza, dello sfruttamento economico e ambientale, e, insieme, come offerta ad ogni singolo essere umano, e a tutti quanti gli uomini, delle stesse possibilità di sviluppo individuale in termini di benessere, cultura, qualità della vita, senza privilegi o discriminazioni di sorta (economiche, etniche, razziali, di genere...). L'anarchismo critica inoltre le barriere nazionali e le disuguaglianze tra i popoli, e il concetto di patria, in nome della quale troppi uomini hanno perduto inutilmente la vita. Non le guerre tra i popoli, tra gli oppressi, quindi, ma un'unica guerra agli oppressori, ai potenti, che per i loro interessi hanno sempre sacrificato la vita dei giovani, dei lavoratori, dei proletari.
A fianco della critica e della lotta, il sogno e il progetto di una società di liberi ed uguali. Una società armonica, che ritrovi il suo proprio equilibrio e quello con la natura intorno a sé.
Come deve essere composta, organizzata la società secondo il pensiero anarchico?
Innanzitutto, nessuna divisione tra governanti e governati, come abbiamo visto.
L'amministrazione degli affari sociali ed economici sarà affidata a piccoli gruppi locali, libere associazioni tra individui, senza regie dall'alto, senza padroni o capi di alcun genere. Quindi federazioni di comuni e di lavoratori, coordinate tra loro in modo circolare e orizzontale, fondate sull'autogestione e la cooperazione, una rete organica di interessi che si equilibrano a vicenda, basata sulla naturale tendenza degli uomini ad aiutarsi reciprocamente, senza necessità alcuna di schemi artificiali di coercizione (mutualismo ed associazionismo, ad esempio, fanno parte della storia del movimento anarchico). La produzione sarà il più possibile locale e differenziata a seconda del terreno, l'industrializzazione non sarà sfrenata e massiccia, avrà grande importanza l'artigianato, il lavoro concreto, bello, creativo, gli oggetti fatti per durare e non “usa e getta” come è nella logica del consumismo. L'impatto ambientale dovrà essere il più basso possibile. L'anarchia non è una forma estrema di democrazia: se nella democrazia sovrano è (teoricamente) il popolo, per gli anarchici “sovrano” deve essere l'individuo, che non ha alcun bisogno di delegare ad altri la gestione dei suoi interessi né di essere “rappresentato”, e che ha pieno diritto di scelta. Inoltre, il pensiero anarchico nega il diritto di qualsiasi maggioranza di imporre la sua volontà a una minoranza. Nega quindi valore in sé alle leggi degli uomini. “Qualsiasi legge deve comparire prima di tutto davanti al tribunale della nostra coscienza.” disse Elisée Reclus, geografo anarchico francese protagonista della Comune di Parigi. “V'è un solo potere”, scrisse Godwin, “al quale posso prestare un'obbedienza convinta: la decisione della mia intelligenza, il comando della mia coscienza.”. L'anarchismo rifiuta poi, oltre a qualsiasi forma di monopolio dei mezzi di produzione e dei prodotti, così come del sapere, la divisione gerarchica del lavoro (intellettuale e manuale) e qualsiasi dicotomia e antagonismo tra città e campagna, tra mente e corpo. Né può l'anarchismo essere qualificato come “ideologia”, perché sempre aperto, mai dogmatico, contrario da sempre a qualsiasi astratta norma morale e a qualsiasi servitù del pensiero.

Questo sogno e questo progetto sono stati descritti e rincorsi in modi diversi: l'anarchismo non possiede una sola anima, al suo interno hanno sempre convissuto approcci differenti, tra cui quello rivoluzionario tout court, che considera legittimo il ricorso alla violenza per distruggere gli istituti del dominio, quello gradualista, basato principalmente sulla costruzione graduale e pacifica, quello educazionista o “pedagogico”, che mette al primo posto l'educazione del popolo, la diffusione di una cultura libertaria e il risveglio delle coscienze, anche se queste distinzioni sono in qualche modo arbitrarie e discutibili, un po' perché i confini non sono così netti e poi perché l'anima più profonda è in realtà una sola, ed è l'amore per la libertà nella sua espressione più alta. Solo una autentica libertà in questa vita e in questo mondo può rendere felici gli uomini e in grado di sviluppare al meglio le loro qualità di esseri umani. A questo ideale di libertà (tutt'altro che egoistico) molti anarchici hanno dedicato o sacrificato la propria vita. Tutti questi modi, o correnti, rappresentano in ogni caso un progetto che in sé è sempre rivoluzionario. L'utopia anarchica, lungi dal rifugiarsi in un mondo fantastico, perduto in un remoto passato o in un ipotetico e improbabile futuro, è essenzialmente concreta, perché si fonda e muove da una approfondita critica dell'esistente, ed è l’esistente a dover essere capovolto e trasformato.
La rivoluzione, per gli anarchici, è da intendersi prima di tutto rivoluzione sociale, non meramente politica. E’ la rivoluzione del popolo. Ed è proprio per questo che ad ogni rivoluzione del popolo (che ne fosse promotore o partecipe con altre classi sociali) è sempre stato impedito di andare avanti oltre un certo punto, è per questo che ogni rivoluzione che voleva essere rivoluzione sociale oltre che politica è stata soffocata e tradita. Il potere e i privilegi (contro cui il popolo lottava) non dovevano scomparire, infatti, ma solo passare di mano. E la lotta del popolo è servita a questo, è stata strumentalizzata a questo scopo da chi di volta in volta ha assunto la regia della rivoluzione. La rabbia e la volontà di lotta e di cambiamento sociale espresse dal popolo sono state usate finché potevano essere utili, poi messe da parte, tradite o punite duramente quando non ve ne era più bisogno. Questa vicenda si è ripetuta più di una volta nella storia, con le varie differenze dovute al contesto, al luogo e al periodo, che si tratti della rivoluzione inglese, francese, messicana, russa, spagnola. E’ una storia poco conosciuta e compresa, e che solo gli anarchici hanno raccontato fino in fondo.
Per quanto riguarda l'uso della violenza, bisogna innanzitutto osservare che anarchia significa non-violenza, dal momento che significa non-imposizione dell'uomo sull'uomo, come sottolineava l'anarchico Errico Malatesta (1853-1932). La società alla quale tende l'anarchismo è infatti una società pacifica. Le differenze sono emerse nel momento di scegliere (a seconda anche delle circostanze e del momento storico contingente, ad esempio sotto una dittatura, o appunto nel corso di una rivoluzione) quali mezzi adoperare per raggiungere o avvicinarsi alla società desiderata, quindi ci sono stati coloro che hanno adottato l'uso individuale della violenza, altri invece un suo uso di massa, ma sempre come unica scelta possibile all'interno della realtà concreta e determinata in cui si sono trovati a dover agire. E la violenza da usare è sempre soltanto quella necessaria, niente di peggio o di più.

Per quanto riguarda invece l'educazione libertaria, si tratta di un approccio che mette al primo posto un rapporto paritario e non gerarchico tra l'adulto e il bambino e tra ogni educatore e i suoi allievi, e la possibilità offerta al bambino e ad ogni essere umano di realizzare completamente se stesso, di svilupparsi liberamente, senza imposizioni, costrizioni, premi, castighi. Quindi rifiuto dell'autorità, rispetto della libertà e delle propensioni individuali, progettualità autogestionaria, libertà di pensiero e di giudizio, “educazione integrale”, inserendo così l'educazione libertaria in una più ampia visione politica. Uno dei primi sostenitori dell'autonomia e dell'indipendenza del bambino fu proprio William Godwin, respingendo ogni tipo di coercizione nel processo educativo ed evidenziando la necessità di svincolare l'istruzione dal controllo dello stato, affinché l'istruzione non sia uno strumento del controllo sociale e un mezzo per rafforzare la visione e l'impostazione gerarchica e anti-libertaria della società. Temi analoghi li ritroviamo in Charles Fourier (1772-1837), secondo il quale nell'azione educativa occorre ridurre al minimo l'esercizio dell'autorità e permettere lo sviluppo di tutte le potenzialità della persona e in Max Stirner (1806-1865). Il concetto fourieriano di “educazione integrale” (un'educazione che comprenda in egual misura attività manuali ed intellettuali) verrà ripreso da molti pensatori anarchici, tra cui Pëtr Kropotkin (1842-1921) Altri anarchici che si sono interessati all'importanza dell'educazione libertaria sono stati gli italiani Errico Malatesta (1853-1932) e Camillo Berneri (1897-1937), vittima quest'ultimo come tanti altri della persecuzione da parte dello stalinismo nei confronti degli anarchici, in questo caso durante la rivoluzione spagnola del 1936. Gli esempi di scuole libertarie e antiautoritarie sono stati numerosi. La prima esperienza del genere è da attribuirsi a Lev Tolstoj (1828-1910), a Jasnaja Poljana tra il 1859 e il 1862, anno in cui la sua scuola verrà chiusa dalle autorità. Poi l'orfanotrofio francese di Cempuis diretto tra il 1880 e il 1894 da Paul Robin, esempio seguito da Sébastian Faure (1857-1942) con la sua scuola libertaria La Ruche (L'alveare), istituita fuori Parigi nel 1904, attiva fino al 1914, e poi ancora l'esperienza del libertario spagnolo Francisco Ferrer y Guardia (1859-1909) che fondò nel 1901 la sua Escuela Moderna a Barcellona, scuola laica e mista, con lo scopo di permettere ai ragazzi di diventare persone indipendenti, capaci di creare e vivere in una società libertaria (Ferrer verrà fatto fucilare dal governo spagnolo nel 1909), l'Université Nouvelle di Bruxelles fondata nel 1894 insieme ad altri dal geografo anarchico francese Elisée Reclus (1830-1905), che si terrà  a lungo in contatto con Ferrer, con il quale collaborerà per i suoi programmi educativi in particolare riguardo l'insegnamento della geografia (nel 1896 uscì un Manifesto europeo anarchico per la fondazione di scuole libertarie, tra i primi firmatari troviamo Reclus e Kropotkin), la scuola libera di Summerhill fondata nel 1921 da Alexander S.Neill (1883-1973) nel Suffolk, fino ad arrivare al movimento delle Free Schools negli anni successivi al 1960 negli Stati Uniti e in Europa, che si richiamavano ai principi di Tolstoj, Neill e Paul Goodman (basate su principi libertari quali la cooperazione, l'autogestione del progetto da parte di tutti i soggetti coinvolti, il rifiuto di un'organizzazione burocratica e gerarchica, l'assenza di un'autorità formale), poi alle Freie Schulen in Germania a partire dagli anni Settanta, e ai vari esperimenti di licei autogestiti in particolare in Francia fino al caso più recente di Bonaventure, sorta sempre in Francia nel 1993 nell'Ile d'Oleron, scuola per bambini dai tre ai dieci anni.

Per quanto riguarda l'”individualismo anarchico”, occorre dire che rispetto all'anarchismo che si è espresso in Europa nell'età contemporanea è una acquisizione abbastanza recente. Se fino agli anni Ottanta dell'Ottocento il termine “individualista” era adoperato in chiave polemica nei confronti di ideologie di derivazione liberale, in seguito tale significato si modifica, in particolare a causa delle trasformazioni della società, che diviene poco a poco una società di massa. All'uniformità che si va imponendo, si contrappone per contrasto l'individualità, che non intende sottomettersi alle norme e alle convenzioni “borghesi”, termine, quest'ultimo, che non aveva all'epoca un vero e proprio significato classista. Certe forme di individualismo infatti si ricollegavano a una lunga tradizione di ribellismo letterario, piuttosto che appartenere all'associazionismo operaio o essere in continuità con l'Internazionale anarchica. Si tratta inoltre di un fenomeno tutt'altro che unitario, presentando tendenze ed espressioni alquanto disomogenee. All'interno del movimento anarchico comincia così a manifestarsi la propensione all'atto isolato o ad opera di piccoli gruppi, frutto di una scelta individuale o espressione orgogliosa di una totale autonomia, rispetto anche all'organizzazione anarchica, intorno alla quale si dibatteva significativamente in quegli anni, anche se il passaggio dall'individualismo antiorganizzatore tradizionale a quello che venne definito individualismo d'azione non è così automatico. Quest'ultimo infatti costituiva una tendenza minoritaria all'interno del movimento anarchico, tendenza che ebbe il suo culmine in tutta una serie di azioni dimostrative fino ai tragici attentati della fine dell'Ottocento. Veniva intanto precisata una teorizzazione dell'individualismo d'azione, tramite la parola d'ordine “propaganda mediante il fatto”. In seguito questi filoni anarcoindividualisti andarono perdendo vitalità. Alla vigilia della prima guerra mondiale ci fu tra di essi chi scelse l'interventismo, chi invece si oppose (come il movimento anarchico nel suo complesso) alla costrizione alla violenza da parte degli stati.

Esistono altre anime o sfumature dell'anarchismo. Tra queste ricordiamo l'anarcosindacalismo, i cui maggiori ispiratori furono Émile Pouget (1860-1931), Fernand Pelloutier (1867-1901), Paul Delasalle (1870-1848) e il danese Cristian Cornelissen (1864-1943). Molti anarchici italiani militarono nell'Unione Sindacale Italiana, U.S.I., sindacato di ispirazione anarco sindacalista il cui segretario fu Armando Borghi (1882-1968) nel corso del primo ventennio del Novecento e furono protagonisti di importanti lotte operaie. Stessa cosa avvenne in altri paesi europei e non solo. Molti anarchici e libertari militano tutt'oggi in diverse organizzazioni sindacali, tra cui la stessa USI, ricostituita alcuni anni dopo la seconda guerra mondiale, e altre organizzazioni all’estero, alla ricerca di un sindacalismo realmente autogestionario, un sindacato dei lavoratori, non compromesso politicamente, che sia anche in appoggio ad ogni altra categoria di persone in difficoltà, lavoratori precari, disoccupati, extracomunitari, senza tetto, non ponendo al primo posto quindi la difesa di interessi di tipo corporativo, ma lavorando sempre nell'ambito di una più ampia visione di trasformazione sociale. Ricordiamo ancora l'anticlericalismo, l'antimilitarismo, il femminismo, l’antipsichiatria, l'utopia, l'ecologia sociale, la lotta contro l'istituzione carceraria e contro il razzismo (attualmente contro i centri di permanenza per gli extracomunitari ad esempio, e in generale contro tutte le gravi discriminazioni e persecuzioni a cui sono soggetti gli uomini che nascono nelle zone meno fortunate del mondo), la lotta contro le discriminazioni sessuali (la difesa della piena libertà di scelta, tra cui la scelta omosessuale), gli esperimenti di comuni autogestite, laboratori dove mettere in pratica l'utopia e la libertà (esempio tipico la Colonia Cecilia, fondata da Giovanni Rossi con un gruppo di circa centocinquanta lavoratori italiani in Brasile, nel Paranà, nel 1890, ma tanti altri esperimenti hanno continuato ad avere luogo e tutt'ora continuano).


I PRINCIPALI PENSATORI ANARCHICI

Non è facile un’esposizione dei pensatori anarchici o una scelta tra di essi. Occorre anche tenere presente che la maggior parte di loro non visse soltanto di pensiero ma soprattutto di azione, inserendosi a vari livelli nel movimento anarchico e nelle lotte sociali, le cui opere scritte vanno quindi in qualche modo a completare una testimonianza offerta innanzitutto con la propria vita. Quello che segue qui non è che un elenco del tutto ridotto e incompleto, che esclude forzatamente alcune grandi figure che si sono distinte in numerosi e drammatici eventi rivoluzionari, tra cui l'Ucraina machnovista (da Nestor Machno, leader del movimento ucraino) nel contesto della rivoluzione russa,  la rivoluzione messicana (un nome dobbiamo farlo, ed è quello di Ricardo Flores Magón), la Catalogna libertaria durante la guerra civile spagnola, senza contare la partecipazione del movimento anarchico alla lotta contro il fascismo e alla Resistenza.
Dopo William Godwin (1756-1836) e Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), cui abbiamo già accennato, e Max Stirner (pseudonimo di Johann Caspar Schmidt, 1806-1865), l'autore di Der Einzige und sein Eigentum (L'Unico e la sua proprietà) che uscì nel 1843, ricordiamo Michail Bakunin (1814-1876), grande rivoluzionario e pensatore russo, promotore dell'Internazionale Antiautoritaria dopo la rottura con Marx, autore di numerose opere tra cui Stato e Anarchia (1873), Pëtr Kropotkin (1842-1921), di cui sono da menzionare in particolare Il Mutuo Appoggio e L'Etica, (Kropotkin in maniera approfondita si è occupato tra il resto di problemi etici, muovendo da una rivisitazione critica del darwinismo ed elaborando il suo concetto del mutuo appoggio come fondamentale fattore evolutivo per tutte le specie viventi compreso l’uomo), quindi i francesi Elisée Reclus (1830-1905) e Jean Grave (1854-1939), vicini a Kropotkin insieme all’italiano Riccardo Mella (1861-1925). E ancora, per l’anarchismo italiano: Carlo Cafiero (1846-1892), Andrea Costa (1851-1910), Errico Malatesta (1853-1932), fondatore del quotidiano anarchico Umanità Nova e promotore dell'Unione Anarchica Italiana, Francesco Saverio Merlino (1856-1930), Pietro Gori (1865-1911), Luigi Fabbri (1877-1935), Camillo Berneri (1897-1937), uomini che insieme a tanti altri hanno dedicato la propria vita, in anni estremamente difficili, alla causa dell'emancipazione e della libertà, nel nostro paese e nel mondo intero. (E non ne abbiamo citato che alcuni). Purtroppo ancora oggi non sono in molti a sapere che cosa furono davvero quegli anni, a conoscere la portata del contributo anarchico e ad attribuire agli anarchici il posto che spetta loro nella storia politica e sociale della società italiana, per i motivi che abbiamo esposto in precedenza. Occorre quindi ricordare che la Prima Internazionale italiana fu principalmente anarchica, così come il primo socialismo italiano, e che solo in seguito esso diventò un socialismo riformista e parlamentarista. La storia del movimento anarchico italiano si sviluppa dalla nascita della Prima Internazionale allo scontro con i mazziniani prima (il nemico non appare più lo straniero, il nemico ora è il nemico di classe) e con i seguaci di Marx poi (contro l'autoritarismo e la gestione centralista), attraverso l'emergere delle correnti individualiste, nell'ambito dell'associazionismo operaio e del nascente sindacalismo di classe fino all'opposizione alla prima guerra mondiale, un movimento di grande ricchezza culturale e politica, che ha sempre lottato per la libertà e l'uguaglianza, per un grande ideale che doveva essere il “sol dell'avvenire” per l'intera società, soggetto pertanto costantemente alle persecuzioni più dure. Dopo le drammatiche vicende del periodo fascista, la seconda guerra mondiale e la partecipazione alla Resistenza, il movimento anarchico si ricostituisce in forme sempre nuove, dovute alle trasformazioni che si susseguono incessanti nel corso degli anni e al panorama sociale, politico ed economico che muta enormemente, continuando a portare avanti la sua ricerca della libertà e a tenere in vita il suo ideale di un mondo che sia davvero a misura d'uomo.
Storie in parte diverse hanno avuto gli anarchici negli altri paesi europei ed extraeuropei. Ricordiamo ad esempio il maggio francese del 1968, ma ovunque si lotti per la libertà, contro le oppressioni e le ingiustizie, contro le guerre e le occupazioni militari dei territori, gli anarchici non possono fare a meno di essere presenti. L'anarchismo continua a vivere oggi, sempre nel mirino della repressione, in una situazione e in un contesto che mutano e si trasformano ma soltanto in apparenza, perché il nodo centrale del dominio non è ancora stato sciolto. Il mondo odierno è gestito dalla pubblicità e dalla menzogna, dalle multinazionali, dal potere finanziario e militare, è un mondo molto più difficile da decifrare e comprendere rispetto a quello di un tempo, dotato di un controllo totale e onnipervasivo nei confronti degli esseri umani come mai prima, un mondo solo apparentemente democratico e libero, che propaganda in ogni modo la sua missione di difendere la “sicurezza” dei “cittadini”, ma che è invece ormai del tutto privo di libertà.

Molti intellettuali e artisti che si sono espressi in campi diversi da quello della riflessione politico-sociale in senso stretto possono essere compresi a buon diritto in questo sommario elenco, avendo mostrato una sensibilità affine in vari modi a quella anarchica. Nel campo della letteratura ricordiamo i poeti inglesi Samuel Coleridge (1772-1834), William Blake (1757-1827), Percey Bysshe Shelley, discepoli di Godwin, William Morris (1834-1896), autore del romanzo utopico News from Nowhere (Notizie da nessun luogo, 1891), Oscar Wilde (1854-1900), autore tra le altre sue opere di un breve saggio dove è evidente l'influenza di Kropotkin, L'anima dell'uomo sotto il socialismo, Lev Tolstoj (1828-1910), già ricordato, lo scrittore statunitense David Thoreau, autore di un trattato sulla disobbedienza civile, Franz Kafka, che espresse con forza un odio assoluto per il potere e la burocrazia, Henri Miller (1891-1980), libertino e libertario, in contatto con Emma Goldman (1869-1940), grande figura di donna anarchica e rivoluzionaria, le opere di George Orwell (1903-1950), Ignazio Silone (1900-1978), Albert Camus (1913-1960), e trascureremo qui gli autori della controcultura degli anni Sessanta, in particolare la beat generation e il Living Theatre. Anche nelle arti figurative c'è stato un fecondo incontro con l'anarchismo: Camille Pissarro, Carlo Carrà, André Breton, Enrico Baj ne sono un esempio. Nel cinema due nomi soprattutto sono significativi: Jean Vigo e Luis Buñuel. E ancora (dopo la pedagogia, già trattata): Lewis Mumford, Carlo Doglio, Giancarlo De Carlo per l'urbanistica, Pierre Clastres e Marc Augé per l'antropologia, Paul Feyerabend per la filosofia della scienza, Henri Laborit per la biologia, Thomas Szasz e Giorgio Antonucci per l'antipsichiatria.
Infine, in ordine sparso: Rudolf Rocker (1873-1958), intellettuale anarchico, i chansonniers francesi Brassens e Ferré, Paul Goodman (1911-1972) e Noam Chomsky (1928), Michel Foucault (1926-1984), Murray Bookchin (1921-2006), grande teorico dell'ecologia sociale, così definita in quanto afferma e dimostra che una vera trasformazione ecologica non può che basarsi su profonde trasformazioni sociali.

Ci si può davvero perdere nel tentativo di riconoscere temi e sentimenti anarchici: l'anarchia è infatti un modo di sentire e di essere, e alcuni suoi tratti o aspetti potrebbero essere scoperti un po' ovunque e teoricamente in chiunque.
Ma torniamo all’ambito più strettamente filosofico, rispetto al quale, a questo punto, un interrogativo forse un po’ azzardato sembra presentarsi da sé e portarci a concludere questa breve esposizione.
Proviamo a considerare le principali caratteristiche della filosofia contemporanea. Come prima cosa rileviamo il carattere antimetafisico di gran parte di essa, essendo ormai venuto meno l'atteggiamento della tradizione filosofica che intendeva la conoscenza della “verità” come guida dell'azione umana e innanzitutto dell'azione morale e politica. Oggi si nega che l'esistenza dell'uomo possa avere un qualsiasi “fine” stabilito necessariamente dal posto assegnatogli “di diritto” nell'ordine dell'universo, e si riconosce invece che i fini dell'uomo sono soltanto quelli che egli sceglie liberamente: non ci troviamo più di fronte alla richiesta della contemplazione della verità del mondo, ma alla necessità della sua trasformazione pratica in base a progetti liberamente scelti e costruiti dall'uomo, nonché alla necessità di un'etica, ovvero di una responsabilità che occorre assumersi in questo mondo lacerato dai dolori e dalle ingiustizie. Se consideriamo poi che la filosofia ha un’altra fondamentale caratteristica, e cioè quella di mettere ogni cosa in dubbio e non prendere mai niente “per buono” (secondo Aristotele, come “scienza fine a se stessa” e non asservita ad altro, è l’unica a poter essere davvero libera), e che l'autentico filosofo è colui che è sempre alla ricerca, che pensa liberamente e autonomamente, che non si sottomette ad alcuna autorità di pensiero, non si arresta, non si accontenta e non si piega a una sola verità, che continua a porre in discussione qualsiasi presunta certezza, non ci viene spontaneo allora dedurne che non si può essere davvero filosofi, senza essere al tempo stesso anche un po' anarchici?

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

William Godwin, La giustizia politica, Trimestre, Chieti, 1994
Carlo Pisacane, La rivoluzione, Cosenza, Brenner, 1989
Nello Rosselli, Mazzini e Bakunin. Dodici anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Einaudi, Torino, 1967
Michail Bakunin, Libertà, uguaglianza, rivoluzione, Antistato, Milano, 1976
Michail Bakunin, Stato e anarchia, Milano, Feltrinelli, 1996
Pëtr Kropotkin, Campi fabbriche e officine, a cura di Colin Ward, Antistato, Milano, 1975
Pëtr Kropotkin, Il mutuo appoggio, Salerno, Roma, 1982
Pëtr Kropotkin, L'Etica, La Fiaccola, Ragusa,, 1990
Errico Malatesta, Rivoluzione e lotta quotidiana, Antistato, Milano, 1982
Emma Goldman, Anarchismo e altri saggi, La Salamandra, Milano, 1976
Pierre-Joseph Proudhon, Filosofia della miseria, Anarchismo, Catania, 1975
Pierre-Joseph Proudhon, Che cos'è la proprietà, Laterza, Bari, 1967
Max Stirner, L'Unico e la sua proprietà, Adelphi, Milano, 1991
Daniel Guerin, Né Dio né padrone, Jaca Book, Milano, 1970
George Woodcock, L'anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari, Milano, Feltrinelli, 1966
David Henry Thoreau, La disobbedienza civile, Mondadori, Milano, 1993
Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Rizzoli, Milano, 1969
Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani nell'epoca degli attentati, Rizzoli, Milano, 1981
Pier Carlo Masini, Maurizio Antonioli, Il sol dell'avvenire. L'anarchismo in Italia dalle origini alla prima guerra mondiale, Pisa, B.F.,S., 1999
Max Nettlau, Bakunin e l'Internazionale in Italia, Savelli, Roma, 1975
James Guillaume, L'Internazionale, documenti e ricordi (1864-1878), Centro studi libertari, Chieti, 2004-2006
Murray Bookchin, L'ecologia della libertà, emergenza e dissoluzione della gerarchia, Eleuthera, Milano, 1996
Murray Bookchin, Democrazia diretta, idee per un municipalismo libertario, Eleuthera, Milano, 1993
E. Armand, Vivere l'anarchia, Antistato, Milano, 1982
Colin Ward, Anarchia come organizzazione, Antistato, Milano, 1976
Pietro Adamo, Il dio dei blasfemi, anarchici e libertini nella rivoluzione inglese, Unicopli, Milano, 1993
Daniel Guerin, Borghesi e proletari nella rivoluzione francese, La Salamandra, Milano, 1979
Camillo Berneri, Pietrogrado '17-Barcellona '37, La Fiaccola, Ragusa, 1990
Paul Avrich, Kronstadt 1921, Mondandori, Milano, 1971
Pëtr Arsinov, La rivoluzione anarchica in Ucraina, Sapere, Milano, 1972 
Arthur Lehning, Marxismo e anarchismo nella rivoluzione russa, Antistato,Cesena, 1973
Volin, La rivoluzione sconosciuta, Franchini, Carrara, 1976
Hans Erich Kaminski, Quelli di Barcellona, Il Saggiatore, Milano, 1966
Pietro Ferrua, Ricardo Flores Magón  e la Rivoluzione Messicana, Ed. Anarchismo, Catania, 1975
AA.VV., La resistenza sconosciuta, Zero in Condotta, Milano, 1995
Martin Buber, Sentieri in utopia, Comunità, Milano, 1981
William  Morris, Notizie da nessun luogo, Garzanti, Milano, 1989
Joel Spring, L'educazione libertaria, Eleuthera, Milano, 1988
Arthur Lehning, L'anarcosindacalismo, BFS, Pisa, 1994
Bertrand Russel, Socialismo, Anarchismo, Sindacalismo, Longanesi, Milano, 1968
Erich Mühsam, Ragion di stato, Salerno, Roma, 1980
Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino 1972
Antonin Artaud, Per farla finita con il giudizio di dio, El Paso, Torino, 1991
Arturo Schwarz, Anarchia e creatività, La Salamandra, Milano, 1981
Pierre Clastres, La società contro lo stato, Feltrinelli, Milano, 1977
Gino Cerrito, L'antimilitarismo anarchico in Italia, RL, Pistoia, 1968





Alcuni aforismi e pensieri anarchici


“E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo.”  M. Bakunin

“Se venisse meno la sottomissione, il padrone cesserebbe d’essere.”  M. Stirner

“Organo e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione: o l’organo muore o la funzione si ricostituisce. Mettete un esercito in un paese in cui non ci siano né ragioni né paure di guerra interna o esterna, ed esso provocherà la guerra, o, se non ci riesce, si disfarà. Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare, inventerà delitti e delinquenti, o cesserà di esistere.”  E. Malatesta

“Quando i governi opprimono e sfruttano fanno il loro mestiere e chiunque gli affida senza controllo la libertà non ha il diritto di meravigliarsi che la libertà sia immediatamente disonorata. Se la libertà è oggi umiliata o incatenata, non è perché i suoi nemici hanno usato il tradimento, ma perché i suoi amici hanno dato le dimissioni.”  A. Camus

“Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, noi vogliamo che gli uomini affratellati da una solidarietà cosciente e voluta cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza (…)”.  E. Malatesta

“Siccome fu pensato che un governo era necessario e che senza governo ci sarebbe solo disordine e confusione, era naturale e logico che l'anarchia, che vuol dire assenza di governo, suonasse come assenza d'ordine. (...)
Cambia opinione, convinci il pubblico che il governo non solo non è necessario, ma estremamente dannoso, e poi la parola anarchia, proprio perché significa assenza di governo, diventerà per tutti: ordine naturale, unione di bisogni ed interesse di tutti, completa libertà entro completa solidarietà.”  E. Malatesta

“La libertà senza socialismo è privilegio, ingiustizia; il socialismo senza libertà è schiavitù, barbarie.”  M. Bakunin

“La morale non ha altra sorgente, altro stimolante, altra causa, altro oggetto che la libertà. Essa stessa non è altro che libertà. Tutte le restrizioni che sono state imposte a quest’ultima allo scopo di proteggere la morale si sono dunque volte a detrimento di questa.”  M. Bakunin

(….) “Ma io non sono uno accanto ad altri, bensì l’io esclusivo: io sono unico. Perciò anche i miei bisogni sono unici e così pure le mie azioni, insomma tutto di me è unico. E io mi approprio di tutto solo in quanto sono questo io unico, così come agisco e mi sviluppo solo in quanto tale: io non mi sviluppo in quanto uomo e non sviluppo l’uomo, ma, in quanto sono io, sviluppo me stesso.”
M. Stirner

“L'utopista accende delle stelle nel cielo della dignità umana, ma naviga in un mare senza porti.”
 C. Berneri

“Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, incasellato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, a ogni movimento, quotato, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, cacciato, deriso, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta, schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell'interesse generale. Ecco il governo, ecco la giustizia, ecco la sua morale.”

Pierre-Joseph Proudhon